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Al di là della paura

· Per riportare sui giusti binari un mondo sempre più fuori controllo ·

Il mondo occidentale di oggi è largamente attraversato dalla paura. Timore di perdere tutto quello che si è conseguito, terrore dell’Islam e delle genti mussulmane, paura degli stranieri che vengono in massa. È come se le società più antiche e sviluppate del pianeta avessero perso la coscienza, la forza necessarie per proseguire il loro cammino. 

Gurbaksh Chahal, «La paura è solo un’illusione» (2014)

Gli storici, i sociologi, gli psicologi e gli psichiatri ci dicono che la paura è sempre stata compagna dell’uomo, anche se nel tempo è stata generata da fenomeni differenti e ha determinato reazioni nuove. Certo il modo di vivere la paura è anche molto diverso fra occidente e oriente.
Le cronache recenti suggeriscono il fatto dei fanciulli thailandesi scesi nelle grotte più profonde e buie con il loro allenatore di calcio, con l’obiettivo di potenziare i loro legami, il loro senso di gruppo e di squadra. Per fronteggiare meglio il timore degli avversari sul campo di gioco, o anche più semplicemente della fatica e del sacrificio che richiede lo sport agonistico. L’acqua entrata nei cunicoli sotterranei in grande quantità, a causa delle piogge monsoniche, li ha costretti a rimanere nel profondo delle viscere della terra senza cibo, senza luce, senza relazioni con il mondo. In un silenzio senza fine e senza alcuna prospettiva. Molto probabilmente hanno così stretto in modo indissolubile i loro legami esistenziali, hanno riflettuto sulle loro vite, hanno pregato con il loro giovane maestro, educatore di spirito oltreché di sport. Grazie alla mobilitazione mondiale di professionisti e tecnologie sono finalmente usciti, passando attraverso acque melmose e paurose: è come se fossero nati a nuova vita. Dopo le prime cure, sono apparsi pieni di gioia e si sono subito recati presso un monastero buddista per un periodo di meditazione e di preghiera. Se non fosse una storia vera potrebbe sembrare quasi una fiaba densa di significati esistenziali e morali. Anche per quelle aree del mondo che sembrano quasi aver esaurito le proprie capacità di autocontrollo razionale, di autocoscienza collettiva di spirito di sacrificio per un nuovo progetto comune.
Nella storia delle civiltà umane altre volte vi sono stati periodi dominati dal sentimento della paura. Per le ragioni più diverse, e nei contesti geografici e sociali più eterogenei. Anche il tempo odierno, specie nel mondo occidentale, sembra caratterizzato da timori profondi che riguardano le singole persone e, ancor di più, le collettività sociali nei singoli Paesi.

È riemersa così la tensione a costruire nuovi muri, a chiudere tutte le porte, a tagliare tutti ponti, anche quelli di semplici barche. Non c’è una razionalità in quello che accade, una obiettiva corrispondenza tra i fenomeni che si manifestano e i timori che si scatenano come diretta conseguenza. Neanche i primi segni di ripresa che si sono espressi negli anni recenti riescono a scalfire questo riflesso di spavento diffuso, di allarme sociale, di paura. È un dibattito confuso e gridato, dove la paura attraversa incredibilmente tanto le comunità sociali quanto le classi dirigenti in una sorta di rincorsa comunicativa e mediatica evidentemente fuori controllo. Forse una maggiore consapevolezza della storia dalla quale veniamo, e un confronto sempre meno eludibile con civiltà diverse e oggi meno lontane, potrebbe aiutare a ricollocare la paura nella sua giusta dimensione e a far prevalere la ragione, davvero indispensabile per immaginare e costruire un nuovo e più ampio sviluppo sociale e umano.

di Michele Dau

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15 settembre 2019

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