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Al confine
tra desideri e ricordi

· Dialogo a due voci su «Le città invisibili» di Italo Calvino ·

Cara Giulia, anche quest’anno è finito il mio lungo e dolce vagabondare estivo senza itinerari programmati ma sempre casuali, proprio come avrebbe viaggiato un flâneur ottocentesco magari portando al guinzaglio delle tartarughe piuttosto che un cagnolino dispettoso.

Marco Caroli, «Diomira»

Mi sono ritrovata con tutta la mia famiglia in una giornata torrida di agosto in un’isola del Mediterraneo. Camminando in cerca di un alloggio, ci è apparso improvvisamente un albergo con un nome inaspettato: Le città invisibili.

Sarà per questo, sarà perché nel giardino dell’hotel c’erano fontane e alberi di magnolia, mi è parso di entrare tra le pagine del libro di Italo Calvino che entrambe abbiamo molto amato.

Cara Flaminia, le mie estati sono molto stanziali, lo sai. Le trascorro nella mia grande casa vicino al mare d’Abruzzo, piena di luce, di stanze e di ospiti. In quanto a Le città invisibili ci sono dei libri che ti catturano, furiosamente, fin dalle prime pagine. Per l’atmosfera che evocano, per il titolo, perché provocano piccole epifanie. Il libro, in quei casi, diviene un personalissimo viaggio nel nostro mondo interno. Le città invisibili di Italo Calvino fa parte dei libri di cui mi sono innamorata e l’innamoramento mi dura da più di quarant’anni.

Flaminia: Nell’edizione con la postfazione di Pierpaolo Pasolini il poeta confessa di essersi meravigliato nel leggerlo perché gli era parso un libro scritto da un ragazzo, pieno di bei sentimenti e di un umore così radioso come solo i ragazzi riescono ad avere e invece aveva concluso che era soltanto il libro «di un vecchio per cui i desideri sono ricordi».

Giulia: Certamente nel libro aleggia un velo di malinconia! Il senso della caducità delle cose, della inesorabilità del tempo. Ma c’è bellezza in questo.

Federica: C’è però, forte, anche la dimensione fiabesca, quella del gioco, della fantasia.

Giulia: Ci sono tanti modi di accostarsi a questo libro. Certamente si potranno trovare, in filigrana, tutte le Lezioni americane dell’autore, si potrà cogliere la maestria del Calvino semiologo e strutturalista, influenzato dalla lezione di Queneau e Barthes, ma credo che il modo migliore sia quello di abbandonarsi all’atmosfera incantata del giardino, alla visionarietà di Marco, alla malinconia di Kublai e all’incantevole racconto di un viaggio attraverso città che nessun atlante potrà mai contenere e rappresentare.

Federica: Mi sono trovata parte integrante del dialogo tra Marco Polo e Kublai Khan. In un Oriente favoloso e distante, all’interno di una reggia, e insieme con loro ho varcato le porte di Eutropia, Spezia, Leandra e via dicendo e ho avuto la sensazione di trovare la sintonia che voleva Calvino in questo gioco letterario che ha inventato e che ho trovato di straordinaria bellezza.

Giulia: Marco ha percorso in lungo e in largo lo sterminato impero del Gran Kan ed è arrivato fino a lui per raccontargli quel regno che il sovrano, immobile da sempre nel suo palazzo, oppresso dalla mole del suo corpo e da un velo di tristezza infinita, in realtà non conosce. Le città che Marco ha visitato hanno tutte un nome di donna: Diomira, Dorotea, Zaira, Aglaura, Pentesilea… Le città visitate da Marco sono «come i sogni, costruite di desideri e di paure», «il loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra». Kublai ascolta rapito e in silenzio le storie inverosimili delle città e dei loro abitanti.

Federica: mi ha colpito la città di Isidora. All’uomo che giunge a Isidora si presenta una città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, si fabbricano cannocchiali e violini, se l’uomo è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza. Isidora è la città che l’uomo ha sempre sognato, ma con una differenza: «La città sognata conteneva lui da giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi». Forse è Isidora che colpito Pasolini.

Giulia: Le ultime battute del dialogo tra Marco e Kublai sono magistrali. Spesso le ho proposte, a scuola, ai miei allievi perché ci riflettessero dicendo la loro. All’imperatore che sente tutta l’inutilità del potere, delle cose, che vede possibile solo l’inferno Marco risponde: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

di Giulia Alberico e Flaminia Marinaro

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