Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Aiutiamoli a restare

· A colloquio con il cardinale Sandri in occasione della colletta per la Terra santa ·

Lavori di restauro nella basilica della Natività a Betlemme

I social media hanno un ruolo decisivo nella diffusione del fondamentalismo: per questo è importante conoscerli e usarli in modo costruttivo e propositivo, per vincere con gli stessi mezzi quanti seminano odio. Ne parla il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, in questa intervista all’Osservatore Romano, in occasione della colletta del Venerdì santo.

Con la colletta si sensibilizzano i fedeli di tutto il mondo a esercitare la carità verso i fratelli che vivono nei luoghi santi. Come vengono destinate le somme raccolte?

Voluta da Paolo VI, la colletta è attualmente così ripartita: il 65 per cento va alla custodia di Terra santa dei frati minori francescani, presenti in quella regione da ottocento anni, come è stato ricordato dalla celebrazioni dell’ottobre scorso. Il restante 35 per cento alla Congregazione per le Chiese orientali. Come è possibile vedere dagli allegati che sono stati pubblicati insieme alla lettera di quest’anno, tutti i contributi servono per mantenere i luoghi santi della redenzione, ma anche rendere possibile il continuare ad abitarli e visitarli da parte dei fedeli locali e dei pellegrini che speriamo continuino a mantenersi numerosi da tutte le parti del mondo. Vanno infatti preservati e continuamente adeguati i santuari e i locali annessi, ma vengono parimenti servite tutte quelle realtà delle Chiese locali: i seminari, le università, le scuole, gli ospedali, le diverse attività di sacerdoti, religiosi e religiose. Quello che si può distribuire, rispetto all’importanza della presenza, in fondo rappresenta tante gocce in un oceano, ma ciascuna di esse è preziosa, perché consente ai piccoli e fragili germogli di continuare ad attecchire e crescere, pur tra fatiche e insidie. I grandi interventi resteranno senz’altro epocali: penso agli splendidi restauri della basilica della Natività a Betlemme, che continuano ora per le colonne, e si sta studiando il recupero dell’intero tappeto musivo del pavimento; e penso al restauro dell’edicola del Santo Sepolcro, concluso un anno fa, come anche ai lavori del Terra Sancta museum che procedono con collaborazioni scientifiche internazionali di altissima qualità. Ma tutto ciò, senza delle comunità vive che rimangano con speranza sarebbe nulla. È la loro presenza infatti che custodisce un quotidiano dialogo ecumenico, che inizia spesso tra le mura domestiche, come pure consente quello interreligioso sia nel quotidiano sia in realtà come la Bethlehem University o l’American University of Madaba, solo per citarne due molto importanti.

Continua purtroppo il dramma della guerra in Siria e in alcune zone dell’Iraq. Quali fattori si oppongono a una soluzione dei conflitti?

La liberazione della piana di Ninive e la dichiarazione della sconfitta del Daesh in Iraq avevano fatto sperare in un cambio di orizzonte, ma la strada sembra ancora lunga. Auspichiamo che le tensioni tra governo centrale e quello regionale del Kurdistan possano giungere a una piena chiarificazione, altrimenti a fare le spese di conflitti armati o instabilità politiche saranno sempre i poveri e i semplici, che appartengono a tutte le confessioni. Un pensiero speciale lo continuiamo a rivolgere alle comunità cristiane, che vogliono strenuamente continuare a essere protagoniste attive della vita della Nazione e della sua riconciliazione e ricostruzione, ma al di là di tanti proclami assistono con preoccupazione a progetti di legge che sembrano ipotizzare un confessionalismo quantomeno pericoloso. D’altra parte, benché sia passato piuttosto sotto silenzio sui media internazionali, è di poche settimane fa una giornata di preghiera vissuta dalle Chiese in Iraq per commemorare una famiglia cristiana trucidata in un episodio di violenza, e siamo grati per la presenza alla manifestazione anche di alcuni alti esponenti del governo. In ogni caso, pure l’Iraq risente come la ben più martoriata Siria, che da sette anni vive un conflitto assurdo, della contrapposizione di interessi delle potenze regionali, e delle superpotenze loro alleate a livello internazionale. Si continuano lodevolmente gli incontri bilaterali e multilaterali per gli accordi di pace, si moltiplicano le visite di capi di Stato e ministri degli esteri, poi però purtroppo si continuano a firmare contratti faraonici per forniture di armi e ci si domanda dove stiano le reali intenzioni per la distensione, il disarmo e la riconciliazione. Tutti possiamo consultare i diversi rapporti in circolazione sulle violazioni della libertà religiosa, e vediamo che la situazione è ben triste; urge continuare a riflettere in modo sereno e approfondito su un modo nuovo di pensare ed elaborare la laicità nel contesto del Vicino e Medio oriente, come già accennava il Sinodo del 2010 al numero 29. E aiutare il mondo islamico a sostenere al suo interno, anche con fatti concreti, quanto in modo incoraggiante è stato elaborato dopo il convegno organizzato nel maggio scorso dall’università Al-Ahzar, cui ha partecipato anche il Papa.

Quale ruolo possono svolgere le Chiese orientali cattoliche nel processo di costruzione di una società all’insegna della convivenza pacifica?

Se partiamo dal concetto di “cittadinanza” che ho evocato sopra riguardo alla dichiarazione di Al-Ahzar, capiamo bene come i cristiani, da sempre cittadini di quelle regioni, vogliano esserlo realmente soprattutto oggi. Già in passato alcuni intellettuali cristiani contribuirono al cosiddetto “risveglio” arabo, come spesso ripete il gesuita Samir Khalil, e anche oggi vorrebbero poter continuare a offrire la loro presenza attraverso la cultura, l’insegnamento, le realtà assistenziali e di cura, che in molti paesi della regione ove è possibile tenere aperte queste attività, sono realtà di eccellenza che garantiscono anche interventi per fronteggiare le emergenze. Sempre come afferma padre Samir, «ciò che dovrebbe caratterizzare i cristiani non è certo che siano meno radicati dei musulmani nella cultura araba, ma che lo siano restando aperti alle altre culture». E, aggiungo, vivendo la forza rivoluzionaria del Vangelo. Proviamo a pensare la profezia rappresentata dai principi della dottrina sociale della Chiesa, in contesti ove spesso il divario tra ricchissime famiglie e poveri è eclatante e dove il fondamentalismo intellettuale crea sacche di violenza proprio tra i più disagiati che diventano combattenti. In questo nostro tempo rimane valida l’intuizione di don Andrea Santoro a riguardo dello scambio tra le antiche chiese cristiane d’Oriente e le nostre in Occidente.

Qual è il miglior rimedio al fondamentalismo?

Dobbiamo ribadire con chiarezza che chi ha una qualche forma di autorità, religiosa o politica, deve mettere al bando un insegnamento e una lettura fondamentalista. Sarà un cammino lungo e faticoso, perché non è una realtà nata ieri, ma dobbiamo essere fiduciosi che questa strada possa essere percorsa. Se vale questo proposito, il miglior rimedio rimane l’educazione, fatta su programmi scolastici non ideologici e settari, e portata avanti da figure educative che siano anche testimoni credibili. Ricordiamoci però che il rischio di una lettura fondamentalista della realtà o di una dittatura del pensiero unico lo subiamo su pressione di alcuni gruppi di potere anche in occidente, come più volte Papa Francesco ha richiamato a riguardo degli insegnamenti sulla teoria del gender o sulle derive eutanasiche delle cure. In entrambi i contesti, orientale e occidentale, hanno un peso decisivo i social media, per questo è molto importante conoscerli e saperli abitare in modo costruttivo e propositivo, vincendo così sullo stesso loro campo i seminatori di odio e dello svilimento della dignità umana.

In tante situazioni di difficoltà e di esodo in cui si trovano le comunità cristiane in alcuni Paesi del Medio oriente, cosa possono fare i cristiani dell’occidente?

In questi anni la sensibilità si è di molto accresciuta e dobbiamo ringraziare per quanto è stato fatto. Insieme ai pastori delle Chiese Orientali però ripetiamo con forza: aiutateci a rimanere! E con il Pontefice diciamo ancora una volta: un Medio oriente senza cristiani non può essere il vero Medio oriente. Va operato sempre un attento discernimento su tutte quelle iniziative che da un lato favoriscono anche in modo legittimo un vero e proprio abbandono di quelle regioni; si deve proporre con forza da parte degli attori della politica internazionale un modello di convivenza e integrazione che eviti le formule di “riserve”, cioè territori in cui vivano esclusivamente i cristiani, protetti ma isolati dalle società di cui hanno fatto parte per secoli, e privando di un elemento di possibile equilibrio le società già segnate dalla polarizzazione confessionale interna al mondo musulmano tra le componenti sunnite e sciite e i loro esponenti regionali. Vanno senz’altro aiutati e sostenuti i Paesi, specie Libano e Giordania, che accolgono centinaia di migliaia di profughi e rischiano la destabilizzazione interna. 

di Nicola Gori

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 settembre 2018

NOTIZIE CORRELATE