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Ai blocchi di partenza i negoziati israelopalestinesi

· Dopo più di un anno di stallo ·

L'Amministrazione Obama si prepara a rilanciare i negoziati diretti tra israeliani e palestinesi dopo più di un anno di stallo. Tra pochi giorni, giovedì 2 settembre, i leader delle due parti s'incontreranno alla Casa Bianca per dare inizio a trattative senza precondizioni su tutte le principali questioni del contenzioso. Saranno presenti anche il re giordano, Abdullah ii Bin Hussein, e il presidente egiziano, Hosni Mubarak.

«Sono cosciente delle difficoltà e non voglio minimizzarle», ha dichiarato ieri il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ribadendo che — a suo avviso — «la questione fondamentale è sapere se i palestinesi sono pronti a fare passi avanti verso una pace che possa regolare il conflitto per generazioni». Secondo Netanyahu, un futuro accordo «dovrà basarsi prima di tutto sul riconoscimento di Israele come Stato nazionale del popolo ebraico, sulla fine del conflitto e sulla fine delle richieste a Israele». Fatto inusuale, Netanyahu a Washington non sarà accompagnato da nessun ministro. Ci saranno soltanto consiglieri privi di qualsiasi potere decisionale.

Il presidente dell'Autorità palestinese (Ap), Abu Mazen, ha sottolineato il senso di responsabilità con cui i negoziatori palestinesi si recheranno a Washington. «Anche se ci fosse soltanto l'un per cento delle possibilità per arrivare alla pace, ci sforzeremo di realizzarla». Il vero ostacolo alle trattative — ha sottolineato il raìs di Ramallah — sono gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Abu Mazen ha chiesto una proroga della moratoria sulle costruzioni che scadrà il prossimo 26 settembre. «Il Governo dello Stato d'Israele dovrà assumersi in toto la responsabilità di un fallimento dei negoziati — ha detto Abu Mazen — se la colonizzazione continuerà». Come ha indicato una fonte israeliana alla France Presse, Netanyahu non ha preso alcun impegno ufficiale con l'Amministrazione americana sul blocco degli insediamenti ebraici.

Gli uomini di Hamas, la fazione palestinese da tre anni al comando nella Striscia di Gaza, hanno già aspramente criticato questo nuovo avvio dei negoziati, definendoli «un inganno». Il dirigente del movimento, Halil Al Haya, ha detto ieri che nei prossimi colloqui a Washington dovranno essere discussi due punti essenziali: il diritto al ritorno dei profughi palestinesi (diritto riconosciuto dall'Onu nella risoluzione numero 194 del 1948) e lo status di Gerusalemme. Su questi, ha detto, non ci dovranno essere compromessi.

Una fonte ad alto livello del ministero degli Esteri turco ha riferito che ieri Ankara ha inviato a Israele un messaggio nel quale si afferma che le relazioni tra i due Paesi, inaspritesi dopo il blitz israeliano alla Freedom Flotilla lo scorso 31 maggio, potrebbero riprendere. In un colloquio con il quotidiano israeliano «Yedioth Aharonoh», la fonte — che ha preferito mantenere l'anonimato — ha riferito che la Turchia sarà lieta di ricevere Netanyahu, ma solo se la crisi aperta dal blitz sarà risolta con l'aiuto della commissione d'inchiesta internazionale formata dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che include rappresentanti israeliani e turchi. «Il modo migliore per superare la crisi — ha spiegato la fonte — è di formulare qualche tipo di scusa e di indennizzare le famiglie delle vittime».

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