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Agostino Valier
e il concilio

· ​Un vescovo della Riforma cattolica ·

«Augusto mense, ingentibus aestivis caloribus». L’anno è il 1591. Nella canicola della grande estate romana, nel recesso del cortile di un grande palazzo coperto da un pergolato verdeggiante, si parla di un uomo che ha messo spiritualmente a soqquadro l’urbe. Nell’angolo di ombra e frescura (est vitis lata, cuius umbraculo et viriditate delectabamur), un cardinale ha invitato alcuni amici e il discorso è caduto intorno al Socrate cristiano che altri non è che il «candido e scintillante prete della Chiesa Nuova», Filippo Neri. Tale è il quadro del Philippus sive de laetitia christiana che Agostino Valier dedicò a Filippo e alla sua opera.

Gian Lorenzo Bernini,  «Busto del cardinale  Agostino Valier»  (xvii secolo)

Ma se tutto è letteratura nel Philippus è perché la letteratura, nell’autore, esprime la vita e al tempo stesso l’alimenta e se ne nutre. Come dimostra la bella e importante ricerca di Elisabetta Patrizi che dopo i lavori (2010, 2011) sul cardinale Silvio Antoniano, anche lui figura dell’entourage filippino, ci offre una ripresentazione di una figura esemplare del Cinquecento religioso italiano, uno di quei vescovi che si fecero davvero pastori traducendo in pratica, nella concretezza di una diocesi, le risoluzioni conciliari [E. Patrizi, Pastoralità ed educazione. L’episcopato di Agostino Valier nella Verona post-tridentina (1565-1606), i: Vita e azione pastorale; ii: Lettere, decreti, ordinamenti e scritti educativi, Milano, Franco Angeli, 2015 (Collana di storia delle istituzioni educative e della letteratura per l’infanzia), pp. 455 + 495].
Il lavoro della Patrizi segue nel primo volume gli studi di Valier tra Venezia e Padova, l’insegnamento presso la Scuola di Rialto, il periodo romano e l’esperienza conciliare; passa poi a esaminare i modelli (Gian Matteo Giberti e Carlo Borromeo) e gli strumenti della sua azione episcopale, che si realizzò nel rinnovamento del clero (istituzione del Seminario diocesano, introduzione in diocesi di Ordini religiosi maschili e femminili e interventi su quelli già esistenti) e nella riforma del popolo (il «regolamento» della vita di ogni cristiano, le fondazioni e gli incrementi del collegio dei nobili, delle scuole della dottrina cristiana, delle confraternite e dei pia loca). Nel secondo volume è Valier stesso a parlare (o, meglio, a scrivere) attraverso la presentazione, accuratamente introdotta e commentata, di quattordici lettere ai fedeli redatte fra il 1574 e il 1604, ma anche di numerosi disposizioni, istituzioni e decreti, regole, costituzioni e ordini, trattati educativi e finalmente del catechismo, la Dottrina christiana [...] per insegnarsi più comodamente a’ putti, e putte di questa città et diocese, che vide la luce a Verona nel 1585, per i tipi di «Girolamo Discepolo et fratelli».
La ricerca della Patrizi, con il suo secondo volume in cui a parlare è proprio Valier con i suoi atti, i suoi scritti, le sue risoluzioni, offre la singolare possibilità di capire come veramente le risoluzioni conciliari siano divenute, attraverso pratiche umili e fondamentali (il catechismo, le formule di pietà e devozione), sangue e carne di un popolo. La cristianizzazione del popolo italiano, così profonda da resistere anche agli assalti più subdoli, massicci e concentrici, è passata anche di qui, attraverso i catechismi, i decreti, gli opuscoli e le risoluzioni di un grande protagonista del Cinquecento religioso.

di Paolo Vian

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21 novembre 2018

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