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Aggrappati coi denti
a Cristo

· A colloquio con l’amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme ·

Entrare nei lunghi e solenni saloni del Patriarcato latino di Gerusalemme lasciandosi alle spalle il caos della porta di Jaffa è come entrare in un’altra dimensione. L’amministratore apostolico, l’arcivescovo francescano Pierbattista Pizzaballa, ci accoglie con un caffè che esprime da solo già il segno dell’inculturazione: la densità buona della moka italiana accompagnata dal delicato sapore del cardamomo.

Processione della Domenica delle Palme a Gerusalemme

Possiamo indicare quello presente come uno dei momenti più difficili di questi ottocento anni di presenza cristiana in Terra santa?

No, direi di no. Sicuramente si tratta di un momento molto delicato. Ma non condivido letture catastrofiste della presenza cristiana in Terra santa. Grazie a Dio, qui non abbiamo vissuto i problemi della Siria e dell’Iraq, dove in pochi anni la presenza cristiana si è ridotta di due terzi e anche più. Assistiamo piuttosto a un continuo logoramento delle nostre comunità, all’interno del logoramento più complessivo che non riguarda solo i cristiani. I cristiani vivono gli stessi problemi di tutti. In Israele il numero dei cristiani arabi diminuisce in termini percentuali, perché ebrei e musulmani fanno più figli, ma non in termini assoluti. Altra è la situazione in Palestina. Qui l’emigrazione viene considerata spesso l’unica via d’uscita dal disagio. È soprattutto la classe media che va via, i giovani imprenditori, per capirci; ma la partenza di persone così ha un peso specifico elevato. La gente semplice invece rimane, perché non ha neppure i mezzi per andarsene. D’altro lato però le comunità cristiane sono vive e partecipi, gli spazi di agibilità confessionale sono garantiti; credibilità e reputazione dei cristiani sono rispettate dalla maggioranza della popolazione tanto musulmana che ebraica. Ripeto però che le realtà sono molto diversificate: la situazione dei cristiani di Galilea con passaporto israeliano è molto diversa da quella dei cristiani di Gerusalemme est e ancor più dei cristiani di Betlemme o che vivono oltre il muro. E poi ancor più Gaza... per la quale c’è un solo termine che può dare il senso della realtà: una tragedia...

C’è poi il fenomeno emergente della nuova immigrazione.

Sì, è vero. In Giordania (anch’essa sotto la giurisdizione del Patriarcato di Gerusalemme) vengono dalle Filippine e dallo Sri Lanka, in Israele ci sono molti filippini e indiani. Molti di essi sono cristiani; sono circa sessantamila. Inizialmente si sono riuniti e coordinati spontaneamente, ora abbiamo predisposto una pastorale specifica. Da un paio d’anni accanto al vicariato per gli ebrei cattolici, abbiamo creato un vicariato apposito per gli immigrati orientali, con la presenza di un sacerdote filippino. Spesso vivono in condizioni sociali e lavorative molto precarie.

Quali oggi le priorità?

Intanto spero che presto si addivenga alla sottoscrizione di un Concordato tra lo Stato d’Israele e la Chiesa: le trattative sono in corso da tempo. Non che gli spazi di agibilità religiosa siano messi in discussione; ma avvertiamo la precarietà del vivere in una sorta di “limbo legale”. Malgrado le note discussioni sulla cosiddetta legge per lo Stato ebraico, in Israele prevale un sentimento laico di rispetto e tolleranza, anche se il paese, per così dire, va a destra. Gerusalemme e Tel Aviv sono tanto vicine... quanto lontane. Ma, tornando alla presenza storica delle chiese cristiane in Terra santa, il terreno di scontro principale tra le fazioni, e che necessariamente ci coinvolge, è quello della terra. Mi è capitato di dire, per descrivere la situazione attuale, che quella in corso è essenzialmente una “guerra immobiliare”. Non scordiamo mai che Israele è un paese relativamente piccolo: lo scontro è metro per metro, casa per casa. Noi abbiamo la necessità per sopravvivere che nessun terreno, nessuna casa della Chiesa, come di ogni singolo cristiano, sia ceduta. E per questo la solidarietà anche materiale delle altre chiese è molto importante per noi.

In che modo?

La colletta del Venerdì santo che è devoluta alla Custodia francescana di Terra santa intanto, ma è ugualmente importante che non cessi il flusso dei pellegrinaggi verso la terra di Gesù. È bene ricordare che il pellegrinaggio non è solo un segno tangibile della salvezza che qui ci è stata donata, ma è anche una fonte di sostentamento e lavoro per migliaia di cristiani che qui vivono.

Oltre le problematiche aperte dal dialogo tra le religioni, qui c’è una convivenza necessaria tra le confessioni cristiane. La Terra santa può essere un laboratorio per la crescita dell’unità tra cristiani?

Guardi, qui il problema dell’unità dei cristiani ha una rilevanza non teologica ma pastorale. L’unità in qualche modo già vive. Pensi che il 90 per cento delle famiglie cristiane è interconfessionale. Certo, qualche problema, anche a questo livello pastorale lo incontriamo, per esempio con la non coincidenza dei calendari liturgici, con lo scioglimento dei matrimoni (solo la Chiesa cattolica non ha le seconde nozze), con le prime comunioni... Però spesso c’è anche tanta collaborazione e sinergia. La consapevolezza di essere deboli e minoritari rende necessaria una sistematica collaborazione, almeno a livello pratico e pastorale. Un ambito pastorale per noi molto importante è la scuola. Per i cristiani la scuola è determinante: a volte si trasferiscono, pur di mandare i figli in una buona scuola. Tutti riconoscono il grado culturale elevato del sistema delle scuole cattoliche. Alcune nostre scuole hanno quasi esclusivamente alunni musulmani, come a Gerico. Circa diecimila ragazzi e ragazze frequentano le nostre scuole, e sicuramente l’impegno educativo è uno degli elementi che dà maggior prestigio e dignità alla nostra presenza. Qui la centralità della scuola e dei processi formativi come strumento d’emancipazione sociale, mi lasci dire, è più forte che in Europa.

Quale il messaggio che sente di mandare alle altre Chiese della cattolicità in occasione della Pasqua?

Che mantengano sempre vivo il legame con la Chiesa che ci ha generato. Quella Chiesa, che malgrado tutte le ferite successive, rappresenta sempre l’ideale di Chiesa. Quella raccontata dagli Atti degli Apostoli nella Pentecoste. Gerusalemme è una città cosmopolita: è il luogo dove tutti si ritrovano da ogni dove. Nessuno può dirsi cristiano senza riferimento a Gerusalemme. Che il Cristianesimo qui sia minoritario, e lo sia sempre stato, è forse espressione di un disegno divino: se non lo fosse forse si affievolirebbe quel ruolo di testimonianza che il Signore le ha affidato. Le nostre radici, le radici di tutti, sono nella Parola di Dio, che qui vive anche nelle pietre. E a queste radici rimaniamo attaccati: aggrappati coi denti a Cristo.

di Filippo Morlacchi
e Roberto Cetera

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19 novembre 2019

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