Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Aggiungi
un santo a tavola

· Un saggio sulle pratiche alimentari nel monachesimo tardoantico ·

Nella Storia Lausiaca, una raccolta di settantuno biografie di asceti risalente al iv secolo, il vescovo Palladio di Galazia riporta un episodio singolare relativo alla vita di Paolo il Semplice. Secondo questa testimonianza, Paolo, recatosi nel deserto egiziano per diventare un discepolo di Antonio, tradizionalmente considerato il primo monaco cristiano, fu sottoposto da questi a diverse prove, volte a saggiare la sua umiltà, la sua pazienza e la sua capacità di resistere alle tentazioni del corpo e dello spirito. 

Francisco de Zurbarán, «San Hugo en el Refectorio» (1633, Museo de Bellas Artes, Sevilla)

Prima fu costretto a rimanere per quattro giorni e quattro notti senza bere e mangiare davanti alla sua cella, quindi a intrecciare e disfare continuamente delle corde fatte con le foglie di palma. Alla fine, dopo aver pregato a lungo con lui, Antonio lo invitò a sedersi per dividere la sua misera cena. Offrì allora al giovane Paolo tre pezzi di pane e ne lasciò solo uno per lui. Non appena Paolo ebbe finito, Antonio gli allungò un altro pezzo. Ma Paolo rifiutò: «Se lo mangi tu, anch’io lo mangio; ma se tu non lo mangi, neanch’io lo mangerò». «Per me basta: io sono un monaco» replicò Antonio. «Anche a me basta, anch’io voglio diventare monaco» soggiunse Paolo.

L’atteggiamento determinato di Paolo mette bene in luce come una delle sfide più importanti che i monaci della tarda antichità erano chiamati ad affrontare fosse proprio la lotta quotidiana contro la fame e la sete. Questa è la tesi di un agile saggio di Veit Rosenberger, professore di Storia antica all’università di Erfurt, (I pranzi dei santi. Pratiche alimentari e ascesi nel monachesimo tardoantico (Bologna, Edizioni Dehoniane, 2016, pagine 72, euro 8,50). A sostegno di questa affermazione, Rosenberger riporta numerosi episodi tratti dalle biografie dei primi monaci che, a partire dalla metà del III secolo, abbandonarono il mondo per raggiungere le zone più isolate del deserto sia nell’Africa settentrionale sia in Medio oriente. Non si trattava solo di esporre il proprio corpo alle avversità atmosferiche, dal terribile gelo invernale al caldo torrido dell’estate, né solo di accontentarsi di giacigli provvisori e ripari di fortuna per dedicarsi interamente alla preghiera, ma anche di praticare forme estenuanti di digiuno. In tutte le culture, comprese quelle del Mediterraneo antico, il cibo e le bevande assumono infatti un significato simbolico che va ben al di là del semplice sostentamento e che ha spesso il valore di una dichiarazione di intenti: basti pensare allo stretto legame tra prestigio sociale e ostentazione del cibo nella cultura greca e in quella romana. Per Rosenberger, però, con i monaci inizia un discorso completamente nuovo sull’alimentazione, che per essere compreso necessita di un confronto costante tanto con le Sacre Scritture, quanto con le scarse fonti materiali rimaste fino a noi.

Da un lato, infatti, i monaci sono portati a includere nella loro dieta cibi presentati in modo positivo nei vangeli, come è il caso del pesce, protagonista insieme al pane del miracolo della moltiplicazione; dall’altro, però, in genere rifiutano una bevanda come il vino, che Gesù stesso aveva consumato. Tutto ciò testimonia secondo l’autore che i rituali e i significati di cui gli alimenti sono investiti sono instabili e dinamici anche all’interno di una stessa cultura religiosa, come quella monastica. Un’analisi accurata delle pratiche eucaristiche dei monaci, in particolare del consumo del vino, mostra ad esempio un’ampia gamma di varianti, tutte ritenute ugualmente legittime.

La novità rappresentata dalle abitudini alimentari dei monaci è evidente anche quando si prende in considerazione il loro rapporto con il mondo secolare. Il cibo può trasformarsi in un elemento di sovversione delle gerarchie sociali, come dimostra il caso di Martino di Tours tramandato dal suo biografo Sulpicio Severo. Durante un banchetto offerto dall’imperatore romano d’occidente Magno Massimo, al quale Martino acconsente di partecipare dopo numerose insistenze, il vescovo rifiuta di adeguarsi alle consuetudini di corte. Anziché passare la coppa di vino all’imperatore, che pure gli aveva concesso l’onore di bere per primo, la dà direttamente a un anonimo prete del suo episcopato. Il gesto di Martino esprime così una critica al potere secolare, che ha l’obiettivo di ridefinire i ruoli tradizionali.

Dal saggio di Rosenberger emerge quindi il monachesimo cristiano della tarda antichità come fenomeno composito, caratterizzato da una varietà di tendenze e di stili di vita spesso molto diversi tra loro. La pluralità di queste scelte è sottolineata non solo dalla ricerca storiografica, ma anche dalle fonti coeve. La stessa Regola di san Benedetto, ad esempio, riporta l’esistenza di quattro gruppi di monaci: i cenobiti, che vivevano in una comunità retta da un abate e fondata su una regola; gli eremiti o anacoreti che, dopo aver fatto parte di una comunità, sceglievano di proseguire in solitudine la loro lotta contro il diavolo; i sarabaiti, che vivevano da soli o in piccoli gruppi senza sottomettersi ad alcuna regola; e infine i girovaghi, che erravano senza fissa dimora. Quale che fosse la forma di vita prescelta, l’ascetismo passava principalmente dalla rinuncia ai piaceri della gola e non solo dalla continenza sessuale, come ha rilevato lo storico Peter Brown nel suo celebre libro Il corpo e la società. Una testimonianza autorevole in questo senso si trova in Agostino che, nel decimo libro delle Confessioni, ammette l’estrema difficoltà da lui provata nel cercare di vincere «l’avidità del mangiare e del bere». Si trattava, infatti, di una lotta sfiancante, che richiedeva un esercizio continuo e che per sua stessa ammissione era ben più dura dell’astinenza sessuale. La proposta di Rosenberger è dunque interpretare questa tendenza alla moderazione, se non al digiuno, come una forma di «individualizzazione» in campo religioso, che tuttavia non deve essere intesa come una volontà di autorealizzazione personale o di affermazione di sé, bensì come la ricerca della salvezza dell’anima. Se nel breve spazio dell’esistenza terrena ci si isola dalla società è solo per inserirsi a pieno titolo nella comunione con i santi nella vita dopo la morte.  

di Giovanni Cerro

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 gennaio 2019

NOTIZIE CORRELATE