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Afghanistan e Pakistan divisi nella lotta al terrorismo

· Tensione a livello diplomatico mentre nei due Paesi le violenze non danno tregua ·

Mostra incrinature il fronte costituito da Afghanistan e Pakistan nella lotta al terrorismo. Il Governo di Kabul non ha gradito la valutazione del presidente pakistano, Asif Ali Zardari, secondo il quale l'Occidente «sta perdendo la guerra contro il terrorismo». La replica non si è fatta attendere. In dichiarazioni a giornalisti a Kabul, il vice portavoce presidenziale, Hamed Elmi, ha affermato che «questo tipo di riflessioni non hanno altro effetto che quello di rafforzare il morale dei terroristi».

Hamed Elmi ha aggiunto, citato dall'agenzia di stampa Ansa, che nell'ambito della difficile lotta al terrorismo dovrebbe esistere «una più forte cooperazione regionale e globale per far fronte alle minacce terroristiche».

Di recente, poi, il presidente afghano, Hamid Karzai, aveva denunciato che le basi dei talebani che operano nel territorio afghano sono nelle zone tribali del Pakistan, e si era chiesto come mai gli alleati, pur sapendolo, «non le bombardano».

Le autorità di Islamabad si erano dette «sorprese e amareggiate» da queste considerazioni, rivendicando, invece, il proprio rinnovato impegno a combattere i miliziani all'interno del proprio territorio.

E mentre le diplomazie afghane e pakistane si confrontano su tali delicati temi, le violenze, nei due Paesi, non danno tregua. Nelle ultime ore è salito a più di ottanta il bilancio delle vittime nella città pakistana di Karachi, dove sono divampate violenze in seguito all'uccisione di Raza Haider, leader politico del partito antitalebano Mqm. Ieri sera poi si è rischiata una strage, quando un attentatore è entrato in una moschea e ha lanciato un ordigno a mano tra le persone in preghiera, nel quartiere di North Nazimabad: l'attacco ha provocato cinque feriti ma, come hanno rilevato fonti locali, il bilancio poteva essere ben più pesante.

Stamane poi, nella città afghana di Kunduz, sei poliziotti sono rimasti uccisi in un attacco suicida. L'attentato, nel distretto di Imam Sahib, aveva come obiettivo un convoglio composto da forze Nato e afghane.

Da rilevare intanto che il comandante delle truppe statunitensi e Nato in Afghanistan, generale David Petraeus, dopo aver stilato un manuale per una nuova strategia nella lotta ai miliziani, ha fatto pubblicare ieri un aggiornamento della direttiva tattica: l'obiettivo è di minimizzare il numero delle vittime civili nel corso delle diverse offensive.

Si raccomanda, al riguardo, «un disciplinato uso della forza», tenendo presente che «in ogni decisione di questo tipo ci si deve basare anzitutto sull'eventuale presenza di civili». Anche se sottolinea l'importanza di incrementare gli sforzi «per ridurre le perdite di civili innocenti» il generale Petraeus evidenzia «il diritto e l'obbligo delle nostre truppe di difendere se stesse e le forze della coalizione e afghane con cui operiamo strettamente».

Nel frattempo, segnala l'agenzia Ansa, una commissione d'inchiesta, costituita per ordine del presidente Karzai, ha concluso le sue indagini sull'uccisione di civili, il 23 luglio scorso, nel distretto di Sangin, nella provincia meridionale di Helmand. La commissione ha affermato che durante uno scontro fra talebani e forze della coalizione internazionale, un missile lanciato da queste ultime ha colpito un edificio uccidendo trentanove persone, fra le quali donne e bambini.

La commissione, riferisce l'agenzia di stampa Pajhwok citando un comunicato presidenziale, era presieduta dal mullah Muhammad Akhund e aveva fra i suoi membri rappresentanti del presidente Karzai, del Governo di Helmand e del ministero della Difesa.

Sempre riguardo alla nuova strategia dettata dal generale Petraeus, da ricordare, tra le misure suggerite, una maggiore elasticità nella gestione dei raid aerei: i comandanti impegnati sul terreno potranno chiedere l'intervento aereo o dell'artiglieria secondo criteri meno vincolanti rispetto a quelli ai quali, finora, si erano tenuti.

Il generale David Petraeus ha raccomandato poi il concetto di «impara e adatta» come ammonimento a quanti sono impegnati nelle diverse offensive. In sostanza i nuovi orientamenti sottolineano l'importanza di trasformare gli afghani in partecipanti attivi alla costruzione del processo di riconciliazione; nello stesso tempo «non bisogna dimenticare» l'imperativo di proteggere la popolazione civile, nonché di conservare sempre il massimo rispetto della cultura locale.

Petraeus mette in evidenza che in questa sfida «il terreno decisivo è il terreno umano», per cui si incoraggiano i militari a «vivere fra la gente», cercando ogni giorno di conquistare la fiducia della popolazione.

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14 ottobre 2019

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