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Affetto e pensiero
un’unità da ricomporre

· Nel libro di Dario Cornati «Ma più grande è l’amore» ·

Nel titolo del “manifesto” del pontificato di Francesco — Evangelii gaudium — vibra un affetto, gaudium, appunto. “Affettive” sono le intestazioni di altri suoi importanti documenti: Amoris letitia, Veritatis gaudium, Gaudete et exsultate. Tale insistenza “emozionale” non è certo un cedimento al gusto corrente. Oggi infatti si cerca di compensare col calore dei sentimenti il freddo del nihilismo, vale a dire il pugno di mosche ereditato dall’Occidente dando retta ai proclami di emancipazione dai “grandi racconti” di un tempo; fossero essi filosofici, religiosi, artistici. Si aspettava la libertà ed è arrivata la noia. Si sono tolti di mezzo ingombranti santi, grandi pensatori, artisti ed eroi, riempiendo il vuoto con l’emozionata convinzione di essere tutti santi, tutti grandi pensatori, tutti artisti e tutti eroi. Magari contentandosi di santità “all’acqua di rose”, di pensieri e arte che durano un giorno e di eroismi scadenti, come non farsi scappare l’ultimo modello di telefonino.

Ma riducendo gli affetti a caloriferi sentimentali se ne ammutolisce il desiderio di pensare e agire “in grande”, perciò si vendicano, trasformandosi in risentimento o animosità euforiche e depressive per nulla; anzi per il nulla. Un affetto nasce solo con grandi aspettative; non stando alla sua altezza lo si mortifica e diventa mortifero. Gli affetti non intendono promuovere animosità dal fiato corto, ma donne e uomini longanimi, magnanimi, dai desideri, immaginazioni, azioni di ampio respiro. Insomma, gli affetti tendono a un’ontologia, vale a dire a una visione complessiva della realtà, della sua origine e del suo destino; non si accontentano di meno, non reggono la grettezza e l’angustia di chi è affascinato dal nulla. Un bimbo appena nato, ricambiando per la prima volta lo sguardo e il sorriso della mamma, avverte affettivamente l’accensione della sua anima, la messa in moto del suo “Io” e del suo mondo, come qualcosa di bello e buono, di giusto e vero. La scintilla affettiva che scocca tra un uomo e una donna reclama una parola sul loro passato, presente e futuro, sulla loro nascita e sulla morte; anzi perfino oltre la morte, giacché, al suo sorgere, un sentimento ha questa pretesa: durare “per sempre”. Perciò aiuta a immaginare perfino quanto ci si aspetta dopo la fine. La recente incapacità di immaginare il Paradiso e l’inferno è sintomo di insufficienza affettiva. Sono le lune della volontà e i calcoli della ragione a costringere gli affetti nei confini dell’“adesso”, e del “subito”. Insomma: staccare gli affetti dalla visione della realtà significa amputare la forza dell’ontologia, inclinandola verso l’attrazione per il nulla. Separare gli affetti da un’ariosa visione del reale, dall’ontologia, comporta privarli del luogo e delle forme che li mantengono amici della vita, non energie inerti e tristi. Affetti e giusta visione della realtà nascono insieme. L’uomo non separi ciò che Dio ha unito.

Proprio di questa originaria unità e dei molteplici, variegati divorzi a essa imposti parla il bel libro di Dario Cornati «Ma più grande è l’amore». Verità e giustizia di agápe (Queriniana, Brescia 2019, pagine 432, euro 33). Teologo milanese che ha perfezionato i propri studi alla Gregoriana e sotto la guida di un maestro del calibro di Pierangelo Sequeri (davvero magistrale la sua postfazione al libro), Cornati apporta al panorama filosofico e teologico qualcosa di nuovo, qualcosa che mancava. Grazie a una scrittura raffinata, accessibile e bella (in alcune pagine sembra di trovarsi in un romanzo), l’autore ricompone con perizia e leggerezza tutta la vicenda storica dell’infelice separazione tra affetto e pensiero, tra affetto e libertà, tra le forze del sentimento e le forme della ragione e della morale. Come è risaputo, perfino nei divorzi più rispettosi e consensuali entrambi i coniugi vanno in sofferenza; entrambi irrimediabilmente perdono qualcosa. E così è stato sia per le forze sia per le forme, anche se non sono mancati promettenti e generosi tentativi di ricongiungimento. La ricomposizione di una relazione è possibile solo grazie alla rivisitazione serena e onesta della sua storia, dal miracoloso inizio che ha visto i due legati tra loro prima ancora di essersi scelti, fino alle vicende che li hanno esposti alla separazione. Il merito di Cornati è proprio questo: ricostruire la storia di questo vincolo, nella speranza che oggi sia il momento opportuno della rinnovata unità, dove, in maniera inconfusa e indivisa, gaudium ed evangelium staranno insieme.

di Giovanni Cesare Pagazzi

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15 dicembre 2019

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