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Affascinati
dalla semplicità

· Memorie di viaggio nei principali romitori francescani ·

Nel Sacrum Commercium sancti Francisci cum domina Paupertate, un’opera di autore incerto e di datazione altrettanto problematica, si narra dell’accoglienza che i compagni di Francesco riservarono a madonna Povertà la quale, essendo impressionata dall’estrema frugalità nella quale vivevano i frati e desiderosa di conoscere meglio il luogo nel quale abitavano, chiese loro di indicarle il chiostro. 

Giovanni Costetti, «Ritratto di Dino Campana» (1913)

Questi allora «la condussero su di un colle e le mostrarono tutt’intorno la terra fin dove giungeva lo sguardo, dicendo: “Questo, signora, è il nostro chiostro”». Tale affermazione, che compendia in modo efficace la forma di vita scelta da Francesco, potrebbe fungere da introduzione al recente volume di Attilio Brilli e Simonetta Neri Sulle tracce di San Francesco. Dalla Verna alla Valle Santa (Bologna, Il Mulino, 2016, pagine 155, euro 14) che ci conduce alla scoperta di alcuni tra i principali romitori francescani, proponendo un’antologia delle memorie dei viaggiatori e degli studiosi, per la maggior parte stranieri, che nella prima metà del Novecento si recarono a visitarli. I quattordici eremi di cui tratta l’antologia — dalla Verna alle Celle di Cortona, da Rivotorto a Monteluco, da Greccio a Fonte Colombo — si snodano lungo la dorsale appenninica attraversando tre regioni: la Toscana, l’Umbria e l’alto Lazio con la Valle reatina.

Si tratta di luoghi che avevano già affascinato Mariano da Siena, rettore della chiesa di San Pietro a Ovile, il quale, nel 1431, di ritorno dal suo terzo pellegrinaggio a Gerusalemme, decise di fermarsi proprio ad Assisi e dintorni prima di raggiungere la sua terra natale. Nella sua cronaca, Mariano metteva in evidenza la continuità tra Gerusalemme e Assisi, instaurando così un parallelo tra la figura di Cristo e quella di Francesco. Come la vita terrena di Gesù si era svolta in un territorio per lo più roccioso, fatto di antri, grotte e caverne, così Francesco e i suoi primi compagni avevano prediletto anfratti e spelonche, sotto il segno della povertà, dell’umiltà e di una adesione integrale alla forma del santo Vangelo. In effetti, tutta l’esperienza francescana appare caratterizzata, come hanno mostrato le ricerche di Grado Giovanni Merlo, dalla tensione tra due spinte opposte, che in una prima fase convissero alternandosi l’una all’altra: da una parte, quella verso l’eremitismo e il deserto, in continuità con i primi monaci; dall’altra, quella verso l’apostolato tra le genti e la vita in città, che darà luogo alla formazione di strutture stabili per il ricovero e la preghiera. A ogni modo, come ha indicato Luigi Pellegrini, i romitori non erano affatto estranei alla realtà sociale del loro tempo. Al contrario, a volte erano situati nelle vicinanze di strade di transito e di collegamento, altre erano poco distanti dalle città, altre ancora erano collocati in zone rurali o montuose, dove comunque vivevano, spesso allo stato seminomade, comunità agricole e pastorali. Anche nei romitori, dunque, i frati non si dedicavano solo alla vita contemplativa, ma testimoniavano attivamente il Vangelo tra poveri ed emarginati. Dalla lettura dei testi scelti da Brilli e Neri emergono anzitutto alcuni tratti comuni. Il primo di questi è la dimensione del viaggio. Raggiungere molti dei romitori è una vera e propria impresa, che costringe a inerpicarsi per sentieri ripidi e per mulattiere che appaiono infinite agli occhi di chi le percorre a piedi o, nei casi più fortunati, a dorso di asini. Una volta raggiunta la meta, però, le durezza delle condizioni di viaggio viene ripagata dalla bellezza della vista e del paesaggio, in cui la natura selvaggia domina incontrastata sull’uomo. Ma la fatica è resa più sopportabile anche dall’ospitalità dei frati e delle popolazioni locali. Il pittore e decoratore inglese William Blake Richmond ricorda con affetto il pasto frugale consumato con i frati del convento delle Carceri, composto da verdura, un misero pezzo di carne, un tozzo di pane nero e un bicchiere di vino. Il particolare che impressiona maggiormente Richmond è che i frati raccolgano in un cassetto posto sotto la mensa le briciole del pane avanzato, fedeli al principio secondo il quale tutto il cibo è frutto delle elemosine e ogni forma di spreco è un peccato. Da parte sua, Dino Campana elogia l’ospitalità «incantevolmente cristiana» dei contadini che, nel settembre del 1910, gli offrirono dell’acqua lungo il tragitto verso la Verna. Un altro tratto comune ai testi dell’antologia è la denuncia dello stato di abbandono in cui molti eremi versano, dovuto all’incameramento dei beni ecclesiastici da parte dello Stato unitario, a cui si rimprovera di non riuscire a mantenerli e salvaguardarli adeguatamente. Denuncia a cui se ne aggiunge spesso un’altra, quella contro la pratica indiscriminata del disboscamento, che riduce in modo inesorabile gli spazi che spettano alla natura. Tuttavia, il vero filo conduttore è la figura esemplare di Francesco. Il cammino intrapreso dai viaggiatori, infatti, non è motivato da ragioni turistiche o di diletto, ma è intriso di spiritualità. E anche quando non è un vero e proprio percorso di conversione, è almeno mosso da una sincera curiosità spirituale verso l’esperienza francescana e i luoghi in cui si svolse. In entrambi i casi, a colpire i viaggiatori è la radicalità della scelta di vita dei frati minori, il loro essere, come prescrive il capitolo vi della Regola bollata, «pellegrini e forestieri in questo mondo».

di Giovanni Cerro

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21 maggio 2019

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