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Affascinante e pericolosa

· La bellezza nel pensiero di Anne M. Carpenter ·

La bellezza è di sua natura una realtà simbolica, nel senso cioè che può accogliere dentro di sé dimensioni che sono alcune volte persino antitetiche, come il bene e il male, la profondità e l’altezza, il mistero e anche l’evidenza. La sua ambiguità sta nell’esprimere tutti questi aspetti nella loro realtà, nella loro dimensione più oscura, più misteriosa e più luminosa al tempo stesso; la sua definizione è dunque impervia e “scivolosa” e solo apparentemente lineare.

Pompeo Batoni, «Il Tempo ordina alla Vecchiaia di distruggere la Bellezza» (1746, particolare)

Anne M. Carpenter, professoressa di Teologia al Saint Mary’s College in California, con un lungo articolo recentemente pubblicato sul «Church Life Journal» mette in guardia dalle insidie legate alla bellezza. Asserendo fin dall’incipit come «la bellezza sia forse il miglior agente delle bugie», Carpenter solleva quesiti spinosi, connessi in particolar modo alla relazione niente affatto scontata tra bellezza e verità, dove «la bellezza svuotata della verità, dopo tutto, non smette di essere seducente; semplicemente cessa di essere vera».

Continuando sul sentiero tracciato dalla teologa, ci si può chiedere allora quale sia la “pericolosità” della bellezza e soprattutto se questa, comunemente intesa come un dono e una caratteristica della propria unicità nella varietà del mondo, si possa riconoscere e custodire senza essere ridotta a mera seduzione, o alienazione dei sensi; a una sorta di godimento estemporaneo, che conduce a possedere, accumulare, venerare oggetti e persone: un canto delle sirene che ammalia, una prigione che ingabbia.

La famosa e inflazionata frase «la bellezza salverà il mondo», ripresa dall’Idiota di Dostoevskij, può essere correttamente interpretata solo se riferita a una persona, il principe Myskin, portatore di un sistema di pensiero e conoscenza che non è quello scontato della banalità, della superficialità, della stupidità: il suo sguardo, tipico del “folle”, ha la capacità di guardare da un’angolatura non comune, che racchiude dentro di sé una luce, una forza di intuizione. In questo caso la bellezza a cui Dostoevskij fa riferimento è il tentativo di ritrovare il significato ultimo della realtà stessa, della storia, delle esperienze umane: il valore della bellezza è strettamente legato a quello della ricerca di senso.

Da qui il collegamento imprescindibile tra arte e bellezza, rapporto in cui il fare artistico diviene una modalità di interrogare la realtà radicale del nostro essere: una strada capace di affrontare le questioni ultime, rappresentata senza spiegare, senza ridurre, ma dimorando nella domanda. La vera arte rende nuove le cose che abbiamo ogni giorno sott’occhio, dandoci la possibilità di porci nella dimensione inesauribile e sorgiva dell’inizio: la bellezza, espressa attraverso l’arte, permette di provare un senso di umiltà, creaturalità, finitezza, facendosi porta aperta verso la trascendenza, tensione verso la potenzialità della perfezione.

Il fatto che arte e bellezza si incarnino necessariamente in un tempo, in una forma, in una storia, fa sì che anche il grottesco, la bruttezza, rappresentando con realismo una condizione umana di per sé finita e incompiuta, esprimano una verità sulla nostra essenza. Ciò tira in ballo il concetto di “realismo cristiano”, poiché chiosando con le parole di Anne M. Carpenter «l’arte è per Dio, e essere per Dio è legare sé e le cose alla storia e alla verità, come Cristo stesso ha fatto con la sua carne».

di Elena Buia Rutt

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17 settembre 2019

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