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In aeroporto con il “metodo” di san Francesco

· Il presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso al convegno dei cappellani dell’aviazione civile ·

«Non si tratta di mettere tra parentesi la nostra fede, di tacere di fronte alle discriminazioni, alle persecuzioni, di cui nel mondo cadono vittime tanti nostri fratelli e sorelle», ma, adottando “il metodo di san Francesco”, di «comprendere l’altro, più che voler essere da lui compreso» e di «mettersi in ascolto». È l’indicazione pastorale suggerita dal vescovo Miguel Ángel Ayuso Guixot ai cappellani dell’aviazione civile partecipanti al seminario organizzato a Roma dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Da poco nominato dal Papa presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, il presule comboniano è intervenuto ai lavori mercoledì 12 giugno, rilanciando la “lezione” del poverello di Assisi, per il quale «lungi dal cedere al sincretismo o al relativismo, l’identità cristiana è “flessibile”, capace di confrontarsi di volta in volta con le mutate condizioni sociali e politiche del mondo, nonché di vincere preconcetti e forme d’intolleranza». E «come san Francesco ha avuto l’ispirazione e il coraggio di incontrare il sultano, che lo ha accolto volentieri» — ha aggiunto il relatore — ottocento anni dopo Papa Francesco e il Grande imam di Al Azhar hanno firmato ad Abu Dhabi la storica Dichiarazione sulla fratellanza umana: «non un documento confessionale né un testo islamo-cristiano, ma aperto a tutti».

Analizzandone i contenuti i monsignor Ayuso ha spiegato come «a nessuno è mai permesso di usare il nome di Dio per giustificare la guerra, il terrorismo o qualsiasi altra forma di violenza» e che l’intento della Dichiarazione è adottare «la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo». Da qui le consegne che scaturiscono per il ministero dei cappellani negli aeroporti: «Quando vi capiterà di dialogare con cristiani che vivono in Medio oriente o nei paesi a maggioranza musulmana — ha raccomandato ai presenti — incoraggiateli a non sentirsi più una sparuta minoranza che lotta per sopravvivere o pensa a lasciare la propria terra, ma aiutateli a maturare la consapevolezza che essi sono cittadini a pieno titolo, che hanno il diritto e il dovere di contribuire allo sviluppo della società». E «quando vi capiterà d’incontrare musulmani che vivono in occidente, incoraggiateli a cercare una vera integrazione nel rispetto delle leggi dei paesi che li ospitano». Infatti, islam e cristianesimo «non possono più ignorarsi reciprocamente». E in tale contesto, ha ribadito, le religioni sono chiamate a essere soprattutto «voce degli ultimi, che non sono statistiche ma fratelli».

Del resto, ha proseguito riallacciandosi al tema del convegno «Fare rete in aeroporto», gli scali «sono emblematicamente luoghi di frontiera, ambienti multi-etnici e multi-religiosi». Pertanto «la cappellania aeroportuale è chiamata a essere un luogo di unità nella diversità per tutte le categorie di persone», rendendo di fatto «i luoghi di culto anche spazi di dialogo» in cui gli operatori pastorali possono manifestare «la sollecitudine della Chiesa — ha concluso il presidente del Pontificio consiglio — non solo verso quelle situazioni umane che appaiono più fragili e bisognose di intervento ma anche verso coloro che praticano diverse religioni».

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20 settembre 2019

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