Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Adiós amigo

· È morto Sergio Bonelli ·

Per cinquant’anni è stato il fumetto italiano

Almeno per un giorno Dylan Dog smetterà di suonare il clarinetto e Groucho Marx ci risparmierà una delle sue irresistibili battute. Perché da oggi niente sarà più come prima. Almeno per il mondo del fumetto. È infatti morto all’età di 79 anni, Sergio Bonelli, l’uomo che negli ultimi cinquant’anni ha retto le sorti del fumetto italiano.

La notizia della sua scomparsa, avvenuta nella prima mattinata di lunedì 26 dopo una breve malattia, ha colto di sorpresa tutto il mondo dell’editoria, si è diffusa in punta di piedi su Facebook e poi via internet sui principali siti specializzati quando ancora dalla casa editrice non arrivava alcuna informazione ufficiale. Un terremoto per l’universo dei comics ma anche per il mondo della cultura.

Bonelli era nato il 2 dicembre del 1932 a Milano e per lui il fumetto era stato sempre una questione di famiglia. Dal 1946 infatti la madre Tea e il padre Gianluigi erano a capo della Cepim, che molti anni più tardi Sergio avrebbe ereditato conferendogli come marchio il suo nome. Ma all’inizio tutto questo Bonelli non poteva saperlo e si dava da fare davvero come un umile ragazzino di bottega. Prima fattorino, poi magazziniere, poi ancora redattore addetto alla posta dei lettori. Una trafila, una gavetta che lo portarono a conoscere e ad apprezzare tutte le caratteristiche, i pregi e i difetti di un’azienda dedicata alla pubblicazione di tavole disegnate ma anche e soprattutto a rispettare quei creativi che di tale impresa sono la linfa vitale insostituibile.

Bonelli raccolse l’eredità della Cepim nel 1957 e ad aspettarlo fuori dalla porta dell’ufficio che recava la targa «direttore» trovò un ranger dalla casacca gialla e i pantaloni azzurri a cui il padre Gianluigi nel 1948 aveva dato il nome di Tex Willer. Da quel momento Sergio Bonelli e questo eroe d’altri tempi che difendeva i deboli ed era amico degli indiani cammineranno spalla a spalla per cinquant’anni disegnando insieme le coordinate del racconto popolare italiano.

La passione per Tex è stata in grado di abbattere barriere politiche e sociali. Gli albi di questo giustiziere dal cuore caldo e dalla pistola letale come il morso di un cobra sono stati e sono ancora oggi sui comodini e sulle scrivanie di uomini politici, sindacalisti, filosofi e, strano ma vero in un Paese dove si cerca di attribuire una tessera perfino alla pizza, mai nessuno di loro ha osato tirarlo per la giacchetta. Abbiamo visto anche di recente politici di tutti gli schieramenti ricordare la magia di quelle tavole disegnate dove, a differenza di quanto accade nella realtà di ogni giorno, le regole sono date, la giustizia vale per tutti e i buoni la spuntano sempre sui cattivi.

Tex Willer è stato il primogenito di una lunga schiera di eroi. Sicuramente i più conosciuti sono Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo, Nathan Never, l’agente dell’Agenzia Alfa ma anche Zagor e Martin Mystère per non parlare degli ultimissimi Brandon e Julia solo per citarne alcuni. Eppure il personaggio a cui Bonelli era più legato è sempre stato Mister No. Questo ex soldato americano perennemente alle prese con i debiti e i fantasmi del passato apparve nelle edicole nel 1975 con il volto di Roberto Diso, il suo disegnatore principale, e si dovette conquistare lo spazio in vetrina facendo a gomitate con gli albi dei supereroi della Marvel e della Dc Comics che in quel tempo cominciavano a rappresentare il più temibile nemico per la produzione italiana.

Chi ha avuto la fortuna di visitare il quartier generale di Sergio Bonelli in via Buonarroti a Milano sa che il primo impatto era in grado di lasciare a bocca aperta. Il suo studio era infatti un vero e proprio museo antropologico dove l’editore custodiva gran parte dei cimeli raccolti nei suoi innumerevoli viaggi in giro per il mondo. Mister No rappresentava uno strumento attraverso il quale poteva continuare nel mondo della fantasia le sue fantastiche avventure. «Il protagonista della serie lo aveva conosciuto davvero — dice Roberto Diso — era un pilota di uno scalcinato Piper che trasportava materiali e turisti nella giungla dell’Amazzonia. Le storie di Mister No erano una sorta di diario diviso in tavole e vignette in cui annotava volti e luoghi che aveva conosciuto nei suoi innumerevoli viaggi».

E non è un caso che le avvisaglie della malattia che poi lo ha portato alla morte, abbiano colto Sergio Bonelli nel bel mezzo del suo ennesimo viaggio, questa estate in Provenza. «Oggi Mister No avrebbe reagito con una delle sue celebri e colorite imprecazioni — dice ancora Diso — perché quando perdiamo un amico il dolore si mescola alla rabbia: sappiamo che non ci sarà verso di tornare indietro. E lui per me era davvero un grande amico».

Sì, un amico. Tutti i suoi autori ieri, intervistati dalle agenzie e dai tg lo ricordavano così. Non un semplice e anonimo editore senza volto ma un attento osservatore che interveniva quotidianamente sulle trame, sui dialoghi, sui disegni. Che nel solco di questo stile aveva plasmato una redazione di giovanissimi talenti, una pacifica macchina da guerra in grado di sopravvivergli sulle ali della professionalità e della competenza. Certo, nonostante questo, i timori a caldo non sono pochi. «Il futuro in questo momento è incerto — conclude Diso — perché con Sergio esce di scena un modo di concepire l’arte del fumetto». E Bepi Vigna, uno dei creatori di Nathan Never, aggiunge che «con Bonelli scompare la parte più importante del fumetto italiano perché il racconto popolare in Italia, dalla fine della seconda guerra mondiale, si è identificato con la famiglia Bonelli».

Sergio Bonelli era un perenne bambino alla ricerca dell’ennesima idea originale capace di alimentare una nuova serie, curioso osservatore di un mondo ormai molto diverso da quello in cui da ragazzino era entrato in punta di piedi e di cui difendeva l’ortodossia. A disagio tra gli stand delle mostre mercato che negli ultimi anni frequentava sempre di meno, guardava con perplessità alle abitudini delle nuove generazioni di lettori che sfogliano gli albi sull’Ipad e amano proseguire le avventure dei loro eroi preferiti su una consolle.

Con lui esce di scena l’immagine più romantica del fumetto, quella fatta di baloon tagliati a mano e di effetti a matita, di carta profumata d’inchiostro e di colori a tempera. Un nome che a molti di noi, ormai quasi cinquantenni, un po’ come la madeleine di Proust, fa tornare in mente la passeggiata del sabato ai giardini pubblici, il profumo delle ciambelle appena sfornate da comprare al bar dietro l’angolo e il fruscio di quella carta lucida tra le dita sfogliata troppo frettolosamente per l’irresistibile desiderio di vedere, ancor prima di tornare a casa, se il nostro eroe avrebbe vinto anche stavolta.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

13 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE