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Addio ad Heidegger (e non alle armi)

· ​I filosofi italiani e la Resistenza ·

Dalla scrivania, penna in mano, alle strade, arma in mano: è questo il travagliato itinerario di Pietro Chiodi, uno dei tanti filosofi italiani che hanno preso parte attiva alla Resistenza. Decise di interrompere il suo paziente e meticoloso lavoro su Heidegger dopo aver visto una strada «piena di sangue e un carro con quattro cadaveri». Nel suo diario partigiano Chiodi scrive: «Avevo sempre odiato il fascismo, ma da quel momento avevo sentito che non avrei potuto vivere in un mondo che accettava qualcosa di simile, tra gente che non insorgeva pazza di furore, contro queste belve». 

Pietro Chiodi

Il passo di questo diario è citato da Ilario Bertoletti nell’introduzione al recente numero di Humanitas da lui curato (Brescia, Morcelliana, 2015, pagine 148, euro 14), dedicato ai filosofi italiani e la Resistenza. Incaricato della cattedra di storia e filosofia al liceo classico di Alba, Chiodi ebbe come allievo Beppe Fenoglio che nel Partigiano Johnny lo immortalò sotto il nome del professor Monti. Rileva Bertoletti che la militanza partigiana di Chiodi sottende una sorta di rivolta kantiana in difesa della dignità dell’uomo. Dove dignità sta nel considerare ogni uomo come un fine e mai come un mezzo. Dignità, possibilità, decisione: sono queste le categorie che hanno scandito la riflessione filosofica di Chiodi, nei suoi studi e nelle sue traduzioni di Heidegger, Kant e Sartre.
C’è chi ha pagato con vita la sua militanza antifascista, ed è morto giovane, a 35 anni, come Eugenio Colorni, filosofo dal grande avvenire stroncato a Roma dai fascisti della banda Kock. Nel ripercorrere le tappe di un assiduo impegno fra politica e filosofia, nel suo saggio Geri Cerchiai sottolinea come Colorni avesse sempre mostrato un’acuta sensibilità per le figure di spicco del suo tempo, da Umberto Saba a Benedetto Croce, al quale, tra l’altro, inviò una lettera in cui — pur riconoscendone la grandezza di pensatore — ardiva, con discrezione ma con fermezza, formulare alcune riserve circa taluni aspetti del “sistema crociano”.
Una mente brillante la sua, ma la polizia ormai aveva cominciato a riconoscere in lui un elemento centrale della lotta antifascista. Prima della mortale aggressione, Colorni aveva conosciuto la durezza del carcere e l’amarezza del confino (prima a Ventotene, poi a Melfi).
E c’è chi come Ludovico Geymonat, che aveva ricevuto una rigorosa educazione cattolica, si schierò con ferrea determinazione, in nome della ragione, contro la barbarie nazifascista. Nel suo saggio Fabio Minazzi ricorda tra l’altro che Geymonat fu espulso dall’Istituto Sociale, ovvero il collegio torinese dei gesuiti, per aver celebrato in un’ode poetica la grandezza storica, più che la santità, di Giovanna d’Arco. Geymonat si iscrisse al partito comunista clandestino nel 1940, dopo che i tedeschi avevano occupato Parigi. E dopo l’8 settembre 1943, diede vita nei pressi di Barge, suo paese avito, a una delle prime brigate partigiane, la 105ª Brigata Garibaldi “Carlo Pisacane”. Con questa brigata Geymonat, che era nato per lo studio e per la riflessione, condivise — tra le impervie montagne — alcune battaglie a fuoco con i nazifascisti. Ma l’aver imbracciato le armi fu una “colpa” che la tradizionale cultura accademica non gli perdonò mai: tanto da escluderlo ingiustamente — evidenzia Minazzi — dai Lincei, preferendogli figure di minor valore culturale e scientifico.
Durante alcune di quelle aspre battaglie con i nazifascisti, Geymonat ebbe una sua casa a Barge interamente bruciata e distrutta: anche suoi importanti documenti filosofici furono divorati dalle fiamme.

di Gabriele Nicolò

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21 marzo 2019

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