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Accompagnare con il perdono

Papa Francesco esorta a mettere in pratica la legge dell’integrazione e la misericordia verso le donne che sono ricorse all’aborto. Farsi carico del peccato e accogliere il dolore. Questo ha fatto il Signore quando è venuto nel nostro mondo. Un vero tratto distintivo della sua vita, nella quale ha manifestato in modo chiaro le sue opzioni: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Luca 5, 31). La Chiesa, chiamata a prolungare la sua missione, non può lasciare in secondo piano, in mezzo a un’infinità di compiti importanti, quello che per il Signore è una priorità.

Lucas Cranach il Vecchio «Cristo e la donna colta in adulterio» (1532)

È necessario discernere la carità, motore del cristiano, per riconoscere in che misura va incoraggiata dal “principio misericordia”, che è quello che opera nel cuore di Dio e il responsabile ultimo delle sue inclinazioni. Per questo i racconti evangelici riportano molti incontri di Gesù con persone in situazione di disgrazia o che hanno commesso un peccato di cui sono chiaramente responsabili e per il quale vengono disprezzate e condannate.

Papa Francesco ha indetto l’anno giubilare per ricordarci che il Vangelo è buona novella proprio perché rivela fino a dove il Signore è stato capace di arrivare pur di riscattare, curare e stare vicino alle ferite dell’umanità. Questo amore materno di Dio mostra che la misericordia non è una sfumatura in più nell’enorme ricchezza del Vangelo, ma deve essere quel moto che ci spinge verso gli altri. Di fronte alla miseria e alla fragilità, la prima cosa da fare è mettere in pratica la misericordia. Di fatto non dobbiamo dimenticare che nella storia della salvezza Dio è un «recidivo», perché ama in primo luogo. Se vogliamo essere a sua immagine, facciamo quindi lo stesso: amiamo anzitutto. Papa Francesco ha sottolineato la centralità della misericordia e le sue conseguenze sulla vita del cristiano in due lettere che inquadrano l’anno giubilare: la prima, in occasione dell’indizione, è indirizzata all’arcivescovo Rino Fisichella, quale presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, e auspica che la misericordia faccia parte dello spirito missionario; la seconda, in occasione della chiusura, è rivolta a tutti quelli che vogliono leggerla e farsi eco delle sue parole, per far sì che la misericordia non diventi una «parentesi nella vita della Chiesa».

Uno dei punti che più colpisce in entrambi i documenti — per la sua novità e per ciò che implica in termini di avvicinamento a una situazione specifica della donna — è la menzione esplicita dell’aborto volontario come una delle situazioni in cui la Chiesa, in particolare attraverso il ministero dei sacerdoti nel sacramento della riconciliazione, deve manifestare l’accoglienza del Padre. E ciò, con le parole del Papa, per due motivi: perché Dio «vuole stare vicino a chi ha più bisogno del suo perdono» e perché «l’amore del Padre non vuole escludere nessuno». Due idee presenti anche nell’esortazione apostolica Amoris laetitia, dove il Papa si esprime in modo analogo per quanto riguarda l’accompagnamento delle cosiddette situazioni «irregolari» delle famiglie, in un documento pubblicato proprio durante il giubileo della Misericordia.

Papa Francesco ci chiede che questo Dio che va incontro all’essere umano per abbracciarlo in mezzo alla sua miseria non resti sfocato né oscurato da altri compiti e principi; ci chiede invece di rivelarlo subito, perché fondamentale, affinché «rafforzi la fede di ogni credente» e affinché «la testimonianza sia più efficace». Da qui il desiderio di «togliere ostacoli», concedendo a tutti i sacerdoti, in virtù del loro ministero, la facoltà di assolvere da questo peccato e permettere così alle donne che vivono tale dramma l’accesso alla riconciliazione. Il Papa lascia trasparire la convinzione che l’aborto, pur essendo un fatto indiscutibilmente grave, è complesso e delicato, e contiene grandi dosi di solitudine a causa dell’esclusione storica che la donna ha subito. La sensibilità che il Pontefice dimostra proviene dalla sua conoscenza diretta: «Ho incontrato tante donne che portavano nel loro cuore la cicatrice per questa scelta sofferta e dolorosa».

Tutto cambia quando la memoria è piena di nomi concreti che hanno vissuto il dramma di cui stiamo parlando e su cui stiamo discernendo; quando il dolore dell’altro è anche un po’ il nostro. Le leggi e le ragioni universali non possono passare oltre, o in punta di piedi, davanti alla sofferenza. «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!» (Marco 2, 27). Questo riconoscimento non significa negare che nella nostra cultura si stia diffondendo una coscienza superficiale di ciò che l’aborto comporta, come denuncia il Papa. Perciò non si devono dimenticare quelle donne che sono rimaste con il cuore spezzato e che vivono un dramma esistenziale e morale. Solitudine incomparabile, senso di colpa asfissiante, paura di se stesse, tristezza per quello che avrebbe potuto essere, senso d’irreversibilità nel suo aspetto più duro, impossibilità e incapacità di comunicare... Niente sarà più lo stesso.

Un Venerdì della misericordia di Papa Francesco (12 agosto 2016)

Il pentimento, in questo caso, è particolarmente doloroso. E il cammino della conversione tortuoso; pieno di paura e di senso di colpa (reale e necessario, ma delicato da gestire). Perdonare se stessa, quindi, è forse l’atto più difficile. Perché non è solo questione di gravità. Ci sono anche altri peccati che fanno gravi danni. Ma l’aborto ha per la donna una componente speciale: è legato al suo corpo e alla sua anima. Significa interrompere, «togliere di mezzo», «strappare» la vita di un essere dentro il proprio essere. E, pur non essendo l’unica responsabile, c’è una differenza sostanziale rispetto all’esperienza degli altri: lei lo sperimenta in modo diretto, senza concessioni all’oblio. Perché l’organismo ha memoria, e ciò che accade vi rimane impresso, in un modo latente che diviene presente quando meno ce lo si aspetta. E poi restano le domande che non hanno più risposta: come sarebbe stata la sua vita ... e la mia?

Dopo un aborto, la parola migliore dinanzi alla confusione e al dolore acuto è il silenzio. Accompagnare questo processo con rispetto e tremito richiede persone lucide, sensibili e formate nello spirito di discernimento. Non basta la buona volontà. Perciò Papa Francesco esorta i sacerdoti a prepararsi per questo grande compito che presuppone il sapere accogliere la fragilità, riflettere con l’altro sulla serietà di quanto accaduto, e proporre un percorso — un cammino della carità — per compiere passi concreti nella conversione e nel processo di riconciliazione.

«Siamo chiamati a far crescere una cultura della misericordia... in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza né gira lo sguardo». La donna ne ha particolarmente bisogno, perché ha sperimentato in molti modi nel corso della storia che, solo per la sua condizione, il suo peccato è più grave.

All’inizio della lettera apostolica Misericordia et misera, il Papa ricorda, seguendo sant’Agostino, il momento in cui Gesù e l’adultera restarono soli; e come, in quell’istante di pietà e di giustizia, il perdono aprì un cammino nuovo: «Neanch’io ti condanno». E la donna non restò esclusa.

di María Dolores López Gusmán

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22 novembre 2017

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