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Accettare la lotta

Marco 9, 38-50

Gesù dice ai suoi discepoli parole gravi sulla necessità di non essere di scandalo, di impedimento né ai piccoli che credono in lui, né a chi agisce a favore degli esseri umani nel suo nome, e neppure a se stessi.

Marc Chagall, «Lotta di Giacobbe e l’angelo» (Museo Biblico Marc Chagall, Nizza)

Se nel vangelo che precede immediatamente il nostro emergeva che il non voler ascoltare, capire, ricordare l’annuncio fatto da Gesù della sua Passione, lasciava subito lo spazio alla tentazione mondana di sapere chi tra i discepoli fosse il più grande, oggi lo stesso oblio lascia lo spazio a un’altra tentazione: quella di sovrastimare l’appartenenza ecclesiale, il “noi” dei discepoli, nei confronti degli altri, diventando così impedimento, persino per chi agisce bene nel nome e per amore di Gesù.

Quando il discepolo Giovanni gli riferisce che avevano impedito a un tale di scacciare i demoni nel suo nome solo perché non li seguiva, Gesù risponde: No! Non glielo impedite! Non conta nulla una buona appartenenza, bensì un buon fare, e ciascuno sarà riconosciuto dai suoi frutti e da nient’altro. Perché mettervi contro chi non ci segue?

A Gesù stava a cuore la liberazione degli esseri umani dai demoni, mentre per i discepoli, qui, più importante della liberazione degli esseri umani è il “noi” ecclesiale. No, dice Gesù.

E Gesù incalza: «chiunque vi darà da bere un bicchier d’acqua nel mio nome, perché siete miei, non perderà la sua ricompensa». Chiunque qui indica qualcuno che non li segue, che è fuori dallo spazio ecclesiale.

Liberare dai demoni, così come dissetare gli assetati: questo è cristico, trasparenza della vita di Gesù, narrazione della compassione del Dio d’Israele. Qui sembra che per Gesù l’appartenenza a lui possa fruttar ai discepoli un bicchier d’acqua, ricevuto per la sete e il bisogno sottintesi. Ma la ricompensa di cui Gesù parla non è per la loro sete ma per chi porge loro un bicchier d’acqua, chiunque egli sia. Gesù sembra dire: non è già molto che qualcuno non sia contro di voi? Cosa sognate?

Gesù supplica, scongiura i discepoli di non essere di scandalo per i piccoli. «Guai a chi scandalizza uno dei piccoli che credono: meglio è per lui essere ucciso»: Gesù ribadisce qui il cuore del vangelo, la parola della croce per ciascuno di noi: il senso del morire, persino di una morte infamante, e il non-senso del far morire, del nuocere. Gesù ci chiama alla fiducia in lui per liberarci dalla paura della nostra morte, affinché nella libertà impariamo ad amare fino a preferire morire piuttosto che impedire la vita umana e spirituale di chiunque altro.

Léon-Joseph-Florentin Bonnat «Lotta di Giacobbe e l’angelo» (1876 circa)

Ma il comando di non scandalizzare riguarda anche noi stessi. E qui ciò che è meglio del restare scandalizzati, non è un passivo «essere gettati nel mare con la pietra al collo», ma è un’attiva violenza che ognuno deve esercitare su se stesso. Qui è narrata la lotta interiore. «Se la tua mano, il tuo piede, se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, toglilo e gettalo via da te: è meglio per te entrare nella vita ferito e monco, orbo di un occhio, piuttosto che essere gettato tutto intero nella Geenna». Questo «tutto intero» indica la nostra vita preservata da tutti e da tutto e a ogni costo, che non solo non ci serve per entrare nel Regno, ma che forse ci impedirà di entrarci. Ne è icona Giacobbe che lottò con Dio, e non con il fratello Esaù, e uscì dalla lotta sciancato e benedetto per sempre.

Questa parola che ci invita a cercare e a trovare in noi stessi ciò che ci scandalizza, tenta di correggere il nostro istinto che sempre è tentato del contrario: di trovare cioè nell’altro, e non in sé, il motivo dell’inciampo. Tutto ciò che ci impedisce uno sguardo veritiero e compassionevole, con l’aiuto della parola del Signore ognuno lo amputi da sé. Gesù ci ha messo in guardia da noi stessi, non dagli altri! Sapendo che lo Spirito santo ci convince del peccato, del nostro, mentre è la trave nell’occhio quella che ci fa vedere solo i peccati altrui, e senza misericordia.

A cura delle sorelli di Bose

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