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Per rispondere
a un mondo che cambia

· A colloquio con l’arcivescovo John Ribat che sarà il primo cardinale di Papua Nuova Guinea ·

«Siamo dalla parte delle persone e dovremmo essere lì per loro quando il governo non può aiutare»: parla di una Chiesa che vive e opera accanto alla gente, cercando di dare sostegno in contesti sociali difficili e di fronteggiare anche le nuove emergenze come quelle dovute ai cambiamenti climatici. Nel raccontare se stesso, la sua storia familiare, il suo impegno pastorale, l’arcivescovo di Port Moresby, John Ribat — che nel concistoro del prossimo 19 novembre sarà creato primo cardinale della Papua Nuova Guinea — esprime tutto il suo intenso legame con la sua terra e il suo popolo.

La cattedrale  di Port Moresby

Nato nel 1957 a Volavolo, nella provincia della Nuova Britannia Est, in Papua Nuova Guinea, è un religioso dei missionari del Sacro Cuore di Gesù e dal 2007 è arcivescovo di Port Moresby; in precedenza ha guidato la diocesi di Bereina e ha lavorato per qualche tempo come maestro dei novizi a Rabaul e nelle Isole Fiji. È stato inoltre presidente della Conferenza episcopale di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone ed è l’attuale presidente della Federazione delle Conferenze dei vescovi cattolici dell’Oceania.

L’annuncio della nomina del primo cardinale di Papua Nuova Guinea è stata accolta con gioia e orgoglio dalla Chiesa locale. Qual è stata la sua reazione?

È stata una vera sorpresa. Non sapevo niente. Quando il nunzio apostolico, l’arcivescovo Kurian Matthew Vayalunkal, ha ricevuto la notizia da Roma, mi ha chiamato a tarda sera dicendomi di avere un importante messaggio per me. Mi ha chiesto a che ora sarei andato a dormire. «Tra le 22 e le 22.30», ho risposto. «Non vada a letto. Verrò a trovarla». Mi sono un po’ preoccupato e ho iniziato a chiedermi: «Che sta succedendo? Che cosa ho fatto o ho dimenticato di fare?». Il nunzio è arrivato. Ci siamo seduti a un tavolo, mi ha stretto la mano e ha annunciato: «Congratulazioni, Papa Francesco l’ha nominata cardinale». Sono rimasto in silenzio per un po’, senza sapere che cosa rispondere. Poi ho detto: «Se questa è la volontà del Papa, che Dio mi conceda la forza per sostenere questa responsabilità».

Da bambino, crescendo in un villaggio, avrebbe mai immaginato che questo sarebbe potuto accadere?

No di certo, ma ricordo sempre uno strano episodio avvenuto quando frequentavo le superiori. Avevo all’incirca quindici anni ed eravamo in vacanza. Durante un picnic uno dei ragazzi mi disse: «Un giorno mi darai la Comunione». In realtà non so perché l’abbia detto, visto che non eravamo in seminario e non stavo ancora nemmeno pensando di entrarci. Tuttavia, in questi giorni ho ripensato a quell’episodio. Quel ragazzo adesso è mio cognato.

Lei era un giovane seminarista nel periodo successivo al concilio Vaticano II. L’inculturazione all’epoca era un aspetto importante della politica missionaria e dell’evangelizzazione cattolica. Cosa ricorda?

Ho iniziato il seminario nel 1979 quando si parlava tanto di inculturazione e di come le nostre culture e il cristianesimo potessero incontrarsi, specialmente nella liturgia. Se ne parla ancora oggi. Qui in Papua Nuova Guinea e nelle Isole Salomone la liturgia è molto viva, specialmente la domenica. I giovani e la comunità vi svolgono un ruolo molto attivo. C’è una forte partecipazione da parte delle persone, che non percepiscono più la Chiesa come un’istituzione estranea o straniera: è la nostra Chiesa.

Ma quando si passa dalle celebrazioni liturgiche ad altri ambiti, per esempio il matrimonio tradizionale, continuano a esserci difficoltà a livello pastorale.

Alcuni hanno difficoltà a ricevere il sacramento del matrimonio cattolico perché occorre rispettare anche le usanze culturali tradizionali e non è facile conciliarle con la dottrina e la pratica cattoliche. Secondo la tradizione, il matrimonio è pienamente valido e completo solo se è fecondo. Se non arrivano figli, le conseguenze possono essere la separazione della coppia o l’infedeltà. Per chi ha ricevuto un’educazione cattolica, ma al tempo stesso mantiene forti legami con la propria cultura, non è facile accettare un matrimonio senza figli. A volte l’adozione è una soluzione, ma in realtà alcuni rimandano il matrimonio cattolico adducendo diverse scuse — «non sono ancora pronto», «non ho ancora i vestiti adatti» e così via — perché non vogliono ammettere di essere lacerati. Anche il celibato per noi è una sfida, e c’è chi si prepara al sacerdozio, ma poi rinuncia perché trova una ragazza e vuole sposarsi. Alcuni giovani sacerdoti purtroppo trovano conforto nel bere. È difficile comprendere tutte le motivazioni profonde di ciò, ma ricordo loro sempre l’importanza di mantenere buoni rapporti con la propria famiglia e con i parrocchiani. Penso che si possa vivere una vita felice e appagante come sacerdote anche senza essere sposati, poiché molto dipende dai rapporti positivi che si costruiscono. Da giovani seminaristi ci è stato insegnato che dovevamo incanalare le nostre forze in modi che ci aiutassero a crescere. Se invece avessimo incanalato le nostre energie in modi opposti, verso comportamenti non adeguati al nostro ministero, allora le cose sarebbero diventate troppo difficili. Mi hanno insegnato ad alimentare il bene che c’è in me e a cercare sempre i lati positivi delle persone, perseguendo azioni e comportamenti che ci mantengano uniti come fratelli e sorelle. Incanalare le mie energie in questo modo positivo mi ha aiutato a superare le sfide tipiche della mia scelta religiosa, compreso il celibato. 

di Stefano Girola

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19 agosto 2019

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