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Accademia per l’integrazione

· A Bergamo un centro dove Hamid e Zac hanno trovato un tetto e una speranza per il futuro ·

«Accogliere, proteggere, promuovere e integrare», sono i quattro verbi che Papa Francesco aveva consegnato nel suo messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2018. Questi verbi sono diventati lievito di fermento in tante realtà. A Bergamo si sono trasformati in azione, in una “scuola di Italia”, più precisamente una “Accademia per l’integrazione” costituita dal Comune, dalla Confindustria insieme alla diocesi attraverso la Caritas e la cooperativa Ruah. L’obiettivo è trasformare in buone prassi quanto il Santo Padre ha indicato: «Il contatto con l’altro porta piuttosto a scoprirne il segreto, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi e contribuire così ad una maggior conoscenza reciproca, favorendo in ogni modo la cultura dell’incontro, moltiplicando le opportunità di scambio interculturale, sviluppando programmi tesi a preparare le comunità locali ai processi integrativi».

In questa “scuola” ai migranti vengono riconosciuti diritti e richiesti doveri. Non trovano soltanto un tetto e il cibo; incontrano quella cultura cristiana che è nel codice genetico dell’Europa, come Papa Francesco ha ricordato in questi giorni, e che prepara un nuovo umanesimo.

La sveglia è alle 6, i cellulari restano spenti. Si tengono lezioni di italiano, volontariato, tirocini in azienda, sport e canto: si insegna per primo l’inno di Mameli. L’iniziativa, nata nell’ottobre 2018, ha coinvolto cinquanta richiedenti asilo. Dura un anno e serve a preparare al mondo della produzione e alla vita in Italia. È un patto tra l’abbraccio di chi accoglie e la coscienza di chi sceglie un cammino: quando le parole diventano gesto, quando l’invito del Santo Padre — «proteggere significa valorizzare capacità e competenze dei migranti» — viene tradotto nella realtà, allora nascono esperienze virtuose come questa.

Nell’Accademia le divise sportive e le uniformi da lavoro sono tutte uguali, con il nome della scuola e la scritta “Grazie Bergamo” in vista. Un messaggio di riconoscenza verso la città che ha accolto l’iniziativa con interesse e umanità.

Le storie degli ospiti, tra i 18 e i 30 anni, sono diverse. E portano testimonianze di mondi dove i diritti elementari, perfino la libertà — per alcuni — di professarsi cristiani, mettono a rischio la vita di intere famiglie. Come quella di Hamid — il nome è di fantasia — insegnante di inglese laureato in storia, nato in una regione del Pakistan da cui si fugge dall’islamismo integralista. O come quella di Zac, giovane panettiere del Mali, che per anni ha accantonato il denaro per la traversata: era su un barcone che è affondato trascinando con sé più di trenta vite. Ma ci sono anche africani che fuggono da africani, per faide tribali che inducono un’etnia a ridurne in schiavitù un’altra. Per tutti parla Zahid, che viene dal Sud Sudan: «Quando sono arrivato in Italia mi sono sentito per la prima volta libero. Ora voglio imparare la lingua, la cultura, inserirmi nella società e guadagnarmi da vivere onestamente».

Questa “Accademia per l’integrazione” è un esempio di dialogo che trasforma i migranti e chi li ospita. Come conferma il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, «si va oltre la semplice accoglienza; gli uomini possono crescere in dignità, con un orizzonte di speranza che spero apra le frontiere sociali».

Al centro non c’è unicamente l’aspetto ideale ma anche la cultura della legalità: si vuole arrivare a dare ai nuovi italiani un impiego legato a un regolare permesso di soggiorno e a un inquadramento contrattuale, all’opposto del lavoro nero e dello sfruttamento. Una formazione attiva contro la tentazione dell’inoperosità e il pericolo di un vuoto esistenziale.

I richiedenti asilo a Bergamo oggi sono circa 1.200; la Caritas diocesana ne ospita, in diverse strutture, 720. L’Accademia offre a chi la vive la possibilità di costruirsi un futuro dignitoso in un Paese in cui sia i migranti che gli italiani vogliono credere ancora. È un modello che funziona e a cui ci si potrebbe ispirare.

di Alessia Ardesi

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17 ottobre 2019

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