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Abitare il paese

· Un congresso per riflettere sui temi della tutela del paesaggio in Italia ·

Il logo prescelto per l’iniziativa, efficacissimo, è quello di una città in forma di persona. Nella sala di Santa Cecilia dell’Auditorium di Roma, affollatissima malgrado la stagione estiva, si è svolto per tre giorni l’ottavo congresso degli architetti pianificatori paesaggisti e conservatori italiani, conclusosi il 7 luglio. La grande assemblea, con più di tremila presenze, è stata aperta dalla articolata relazione del presidente del Consiglio nazionale architetti pianificatori paesaggisti e conservatori, Giuseppe Cappochin, che in un inciso della sua esposizione ha notato «per fortuna siamo tra amici». Il clima in sala era in effetti amichevole, addirittura fraterno, quasi che l’idea di concorrenza fosse avvertita come secondaria rispetto al desiderio di riunione: e si tratta di un segnale raro.
Il logo dell’iniziativaIn qualche modo sottinteso e dato per scontato è un elemento che tra non architetti in pochi conoscono: l’Italia è uno dei paesi più affollati del pianeta e la disponibilità di suolo pro capite è appena un sesto della media generale. Dai tre ettari a testa si scende da noi a mezzo ettaro, un fazzoletto di 50 metri per 100 nel quale deve trovare posto ogni nostra necessità, comprese quelle dei nostri discendenti. E dei nostri ospiti temporanei che per fortuna non mancano, data l’importanza del turismo nella nostra economia, ma che comunque richiedono spazio. Per non dire che una quota cospicua dello Stivale è accidentata e poco abitabile. Non è quindi semplice coniugare la ricchezza del nostro passato con il futuro.
Si tratta di uno scenario dalla espressione duplice, amichevole e ostile che corrisponde alla doppia natura della città, che si presenta nel corso della storia come struttura accogliente e repulsiva al tempo stesso. La difesa della costruzione comune richiede dialogo, partecipazione, consenso. Certo per costruire soprattutto la faccia amica della città occorre dialogo, partecipazione, consenso, condivisione e occorre anche evitare per quanto possibile le divisioni, attenuando l’idea di nemico. Possiamo più utilmente guardare agli amici della città, a coloro che si sono adoperati per migliorarla, per non dimenticare quale sia l’ampiezza del possibile, in ogni momento: si è ricordata in proposito l’esperienza di Fiorentino Sullo e dopo di lui quelle di Luigi Bazoli con Leonardo Benevolo a Brescia, di Germano Bulgarelli a Modena. La ricerca delle buone pratiche resta infatti la via maestra, accanto alle cure nel passaggio del testimone: la formazione, i cantieri scuola, l’educazione civica.
Naturalmente non si è potuto prescindere dagli aspetti patrimoniali che la professione richiede di affrontare e risolvere, essendo la casa anche un bene rifugio. Compiti complessivamente non facili. Specie in questo nuovo secolo nel quale tutto appare sfumato: sappiamo che gli abitanti delle città nel mondo hanno superato per numero quelli delle campagne, ma non possiamo esattamente stabilire se si siano trasferiti in città o se piuttosto la città non li abbia raggiunti crescendo. Anche per città e campagna, come per i fenomeni migratori, non è insomma del tutto chiaro se siamo stati noi ad andare in Siria o nel Niger o se sono loro a venire da noi: pare questa la cifra del presente, nella difficoltà di comprendere i processi di causa-effetto. Con il rischio della divisione, di fare contro, anziché fare insieme, sia pure con tutte le differenze esistenti.
Molti sono gli strumenti che negli accordi internazionali sono stati da tempo individuati, a partire dalla figura di responsabile di sito che potrebbe migliorare lo stato dei luoghi e il panorama dell’occupazione. Numerose e autorevoli sono state nel corso dei lavori anche le osservazioni e le presenze internazionali. Da tutti i diversi apporti è emerso un fatto: gli spazi cosiddetti liberi, i parchi urbani e suburbani, le zone protette non sono un lusso, ma un presupposto indispensabile per consentire la vita delle città. Un particolare risulta dopo questi lavori degno di nota: nella espressione “interventi a pioggia” si riconosce alternatamente un significato positivo o negativo. Infatti questa espressione evoca sia la necessaria equità e distribuzione, sia il rischio di uno spreco senza risultato.
Ma anche gli interventi pubblici concentrati rischiano di produrre le cosiddette cattedrali nel deserto. Forse si devono ancora mettere a punto interventi economici che potrebbero definirsi a goccia, minimi, ma con la garanzia della continuità.
Nell’aprire i lavori del 6 luglio, giornata centrale del congresso, Alberto Bonisoli, ministro dei beni e delle attività culturali, ha posto l’accento sulla necessità, oggi più impellente che mai, di lasciare i luoghi in uno stato migliore di quello in cui li abbiamo trovati. Con pari dignità per i grandi progetti, le grandi opere e per gli interventi di dettaglio, in quanto entrambi determinano nel loro insieme l’architettura nella quale vivere.
In questa prospettiva molti sono stati gli argomenti che ha proposto: dalla sfida sempre più cogente e addirittura ormai ineludibile di un approccio interdisciplinare nella progettazione, alla difficoltà di ragionare su entità dai confini ormai labili, incerti e confusi, dall’impegno necessario ad approntare una legge per l’architettura alla possibilità di giungere a delineare linee guida, non necessariamente in senso alternativo ma anche solo preliminarmente. Sino alla sfida delle città diffuse, multipolari, sovracomunali, metropolitane connesse da infrastrutture e servizi in continua evoluzione, che perfino per il futuro prossimo non possiamo neppure immaginare.
I lavori del 6 luglio, molto intensi, dopo vari confronti di opinioni e dibattiti, sono stati conclusi da una relazione del presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, che ha lasciato a disposizione dei convenuti un rapporto ampio e approfondito di quanto ha esposto a voce, intitolato Il “ritorno al futuro” dell’architettura: lavoro, professione, impresa nella Costituzione. Relazione articolata in tre diverse proiezioni future: del patrimonio, della città, del mestiere. Con riferimenti all’articolo 9 della Costituzione su cultura, ambiente e paesaggio di fronte ai processi di globalizzazione; indicando la doppia finalità di crescita e riconversione del paesaggio urbano per arginare il consumo di suolo. La sua relazione che si conclude sui risvolti etici e deontologici della professione con una panoramica che spazia dalle fonti dell’antichità classica alla Laudato si’.
Un esperimento molto interessante ha concluso l’incontro di venerdì: la sala è tornata alla sua prevalente funzione, ma con un esperimento inedito. I maestri dell’Accademia di Santa Cecilia si sono esibiti nelle Quattro stagioni di Antonio Vivaldi assieme ai loro allievi, anche qui con un affiatamento e con una sintonia sorprendenti, in una perfetta integrazione. Un’altra prova tangibile di come si possa guardare a lungo termine, oltre sé stessi e oltre il tempo.
Non si è certo trattato di una manifestazione estemporanea, anche se non sono in molti a ricordare che l’architettura, per le sue stesse caratteristiche di ritmo e armonia, è stata in ambito filosofico considerata musica di pietra: e nelle tre giornate si è prestato effettivamente ascolto alle pietre. E il 7 luglio, prima della conclusione, è stato distribuito il primo numero della ripristinata edizione della rivista «L’Architetto».

di Francesco Scoppola

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15 ottobre 2019

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