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Abitare il mistero

· Nuovo corso per la rivista «Arte cristiana» fondata un secolo fa ·

Tenerla fra le mani sorprende. A centocinque anni dal suo primo numero, «Arte Cristiana» raggiunge i propri lettori con un balzo in avanti di sostanza che dischiude scenari nuovi al pensiero e alla ricerca. Molto più, quindi, dell’elegante veste grafica che sostituisce un format desueto. La rivista — in Italia l’unica d’arte sacra — nacque nel 1913 come organo di formazione e informazione per artisti, sacerdoti, studiosi e cultori dell’arte cristiana e liturgica. Fondata dal cardinale Celso Costantini, fu diretta da Giuseppe Polvara dal 1918 sino alla morte nel 1950 e poi curata dai suoi discepoli e continuatori nell’ambito della Scuola Beato Angelico (fondazione sorta a Milano nel 1921 per la conoscenza, la conservazione e lo sviluppo del patrimonio artistico a servizio della liturgia). 

N. 4 di «Arte cristiana», 1940

Il 2018 si apre dunque all’insegna di un rilancio editoriale che ripensa le origini e ne trae energia per un nuovo corso. Così la materialità della carta, la qualità delle immagini, la proporzione delle parti, il fascino dei contenuti non solo invitano alla lettura, ma introducono un metodo che vuole il cristiano non prigioniero del proprio fortino, ma immerso nella contemporaneità. Attento a vagliare ciò che in essa germoglia di nobile, di vero, di giusto. E di bello. Perché, come scrive Pierangelo Sequeri, «nonostante una certa euforia nei confronti della bellezza che salva e della via Pulchritudinis, la sensibilità ecclesiastica per la crucialità dell’estetico, nella formazione della sensibilità cristiana alla fede, è minima». E dunque occorreva un sussulto.
Umberto Bordoni, neodirettore della rivista, ricorda il programma con cui il marchese Filippo Crispolti introdusse il primo numero: «Congiungere in una le energie disperse e assegnare all’arte ispirata dal Cristianesimo un posto distinto ed a sé». Un secolo dopo, «immutata rimane la necessità di congiungere le energie disperse, di dare visibilità alle esperienze creative in atto, di promuovere un cenacolo di pensiero».
Tutto questo avviene a Milano, “terra di mezzo” in cui non solo i popoli, ma anche le idee, i gusti, le tecniche, le sensibilità s’incontrano e si fecondano, in un dinamismo ancorato a quel cattolicesimo rigoroso e aperto che di Ambrogio ha il vigore e l’incidenza civile. Ebbene, ciò che trasforma una metropoli sempre più connessa ai nuovi centri culturali e finanziari del Pianeta può non investire la bellezza cristiana, sospingendola a un confronto vivo con istanze che il vangelo non ha mai temuto? La città del design, della moda, dell’architettura e dell’innovazione sociale sollecita il cristianesimo italiano a non smettere d’inculturarsi e così a esprimere la propria specificità. «Ai tempi della sua fondazione Arte Cristiana, già nel titolo, si proponeva di stigmatizzare l’estraneità tutta moderna delle dimensioni che la caratterizzano». Ora — continua Bordoni — «i termini stessi del dibattito sono in questione: cosa sia “arte” oggi, nell’inafferrabile estensione ed evanescenza del fenomeno artistico e della sua autocomprensione, e come intendere la specificazione “cristiana”, nel duplice contesto di una società plurale e della chiesa “in uscita” di Papa Francesco». Ecco perché occorre «il coraggio di un’interrogazione di cui la rivista vuole farsi carico». Lo si misura nel triplicarsi delle attenzioni: al tradizionale interesse scientifico per la storia dell’arte, il nuovo progetto editoriale accosta una sezione monografica iniziale volta a coltivare il dibattito sui temi e l’allargamento disciplinare, oltre a una rubrica fissa dedicata ad adeguamenti liturgici e nuove chiese. Occorre infatti muoversi non semplicemente «dal punto di vista teorico, ma anche estendendo l’attenzione alla produzione internazionale e alle nuove discipline che si aggiungono al campo tradizionale delle belle arti, dalla visual culture alla fotografia, dal cinema alla drammaturgia sacra».
C’è un precedente, e non di poco conto, che rende leggibile il cambio di passo: si tratta dell’avventura editoriale, artistica ed ecclesiale che ha dato forma al «Nuovo Evangeliario Ambrosiano», voluto dal cardinale Dionigi Tettamanzi a coronamento del suo ministero. Operazione mai del tutto compresa e adeguatamente stimata negli ambienti della stessa Chiesa ambrosiana — a che serve, quanto costa? — ma perfettamente colta nel suo portato culturale dal cardinale Scola che, prima, ha incaricato il curatore Bordoni di approfondire le competenze artistiche a Parigi e New York, poi gli ha affidato la direzione della Scuola Beato Angelico, di cui «Arte Cristiana» è diretta espressione. La storia si fa con le persone e non è casuale che oggi, nella rinascita del bimestrale, i nomi di allora ritornino.
Oltre alla direzione, la nuova veste grafica disegnata da Pierluigi Cerri e il contributo fotografico e intellettuale di Giovanni Chiaramonte rinviano alla scelta di affidare la costruzione di un Libro dei Vangeli a grafici e artisti che ne riaprissero l’interpretazione. Committenza forte ma aperta, in grado di istruire lasciandosi istruire. Il frutto di quel coraggio fu, nel 2011, un oggetto liturgico che rompeva il cerchio di un’arte sacra prigioniera della propria decadenza. Scrive Sequeri: «Si presenta oggi lo spazio di una nuova cultura dell’arte cristiana. È lo spazio dell’arte sacra che ha sviluppato la sua vitalità e la sua eccellenza extra ecclesiam, per così dire, anche se non necessariamente adversus ecclesiam. Esiste ormai un immenso territorio di reciproche fermentazioni fra arte e religione, che non s’ispira e non nutre necessariamente la devozione cattolica, ma si espone non raramente ad un sincero confronto con la serietà di ispirazione che viene all’arte umana dal confronto con il testo sacro, l’esperienza spirituale, la simbolica religiosa e cristiana. Su questo spazio l’opinione cattolica continua ad apparire incerta». Bordoni fa eco al teologo, evidenziando che «ancora tutte da indagare permangono le ragioni di un immaginario cristiano che fatica ad assumere le forme della contemporaneità: non si tratta di una marginale opzione estetica, ma del cruciale riconoscimento dell’accadere della rivelazione nel presente».
Porsi artisticamente e intellettualmente al servizio della rivelazione comporta tuttavia una libertà di cui dar prova nel tempo. Il salto di qualità non può esser scambiato con un passaggio dal campo conservatore a quello progressista, da una concezione d’arte sacra introversa a una estroversa. La missione di cui «Arte Cristiana» dimostra di voler essere all’altezza non sottostà a schieramenti o ad approcci ideologici cui, specie in campo estetico e liturgico, la Chiesa si è trovata spesso duramente divisa.
Ne sia prova, per cominciare, la rigorosa analisi del giovane architetto Jacopo Benedetti, che dimostrando l’inadeguatezza dell’adeguamento liturgico postconciliare nella Fronleichnamskirche di Rudolf Schwarz osserva come «la traduzione del concetto liturgico di vicinanza nella semplice riduzione della distanza metrica tra altare e assemblea» rischi di essere fuorviante. «È utile, piuttosto, che s’intendano prossimità e lontananza nella loro più larga accezione di rapporti visivi tra le parti» così che più non avvenga che «spostando la celebrazione dall’altare maggiore, che oggi vive nella liturgia solo come luogo della custodia eucaristica, al nuovo altare», si riduca «a un lumicino quel fuoco vitale che animava il progetto» originario, «quella compenetrazione tra spazio e azione che rende l’architettura emanazione dell’uomo e l’uomo parte dell’architettura». Come le Scritture, infatti, così le espressioni artistiche cristiane ad altro non tendono che a lasciarci abitare il Mistero.

di Sergio Massironi

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27 maggio 2019

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