Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Abbracciare i margini

· ​Un percorso nel pensiero di Josep Maria Esquirol ·

Linguaggio avvincente di una filosofia che gioca sul paradosso e in qualche modo esce da se stessa per abbracciare i “margini”. Che abbandona la prospettiva dell’universale per guardare verso il particolare valorizzando il soggetto nella sua unicità e per la quale ha gioco forza l’affettività. Una prospettiva che si sposta dal logos per immergersi nel flusso del sensibile in cui pulsano emozioni e passioni. «Al principio fu il sentire: ovvero alla base di tutto c’è il sentire. Per noi, vivere è sentirsi vivere». Sono parole tratte dall’ultimo libro di Josep Maria Esquirol, La penultima bontà. Un saggio sulla vita, (Milano, Vita e pensiero, 2019, pagine 171, euro 16). La tradizione filosofica antica considera stato ottimale quello in cui le passioni sono sottomesse al governo della ragione. Ma sulla scia della modernità, che da Spinoza giunge a Nietzsche diramandosi verso alcuni dei più significativi autori del Novecento, quali Bergson, Husserl, Levinas, si assiste a un’inversione di rotta secondo la quale la ragione diviene «una passione fra le altre» e il desiderio non più interpretabile come «mancanza e necessità», quindi come appetito, bensì come potenza, tensione costante che produce intensità di vita. La visione non è più quella dell’armonia governata da un centro e la condizione umana non è più definibile «a partire da una perdita né dall’allontanamento da una pienezza paradisiaca, aurea o naturale», bensì quella «di chi vive ai margini» dove non c’è pienezza né perfezione, dove la vita pulsa irrefrenabile e dove, «malgrado il male sia radicale, il bene lo è ancora di più, giacché il mondo umano si regge sulla bontà». Una bontà che non vuole essere categoria astratta, bensì concreta, vissuta, fatta di generosità, quindi generatrice di vita. Una bontà che si esprime nella capacità di accogliere l’altro, nell’attenzione, nella cura, perché «solo l’essere umano può essere inumano» e non solo attraverso il dominio dell’egoismo e dell’ingiustizia, ma anche con l’indifferenza. Una bontà “penultima”, perché «nell’ordine della vita sentita, tutto è penultimo. Il mistero della vita non risiede nell’ultimità della morte, bensì nella penultimità della vita stessa che vive se stessa e si pensa». La penultimità vive il qui ed ora consapevolmente: «sa che tutti gli equilibri sono precari e che la pienezza non è di questo mondo». Non soffre la perdita di una realtà edenica e non attende un compimento ultimo, un eschaton.

Josep Maria Esquirol

Evidente l’assunzione di uno sguardo disincantato e disilluso coerente con la filosofia postmoderna che trova il suo apice nella crisi della ragione che attraversa il XX secolo, insieme però si spinge alla ricerca di nuovi orizzonti di senso. Sprazzi di luminescenze su una materia grigia in decomposizione, forse proprio quella di una razionalità dissanguata che ha scarnificato la vita sostituendovi il proprio illusorio potere di morte. Tema centrale dunque l’alienazione e la necessità di porsi ai margini del pensiero dominante assolutamente contrario alla vita: «uomini e donne ridotti a fatti, a cose tra le cose, togliendoci il respiro nell’opacità di questa luce fredda e artificiale. Tanto lo stordimento consumista quanto lo scientismo da quattro soldi opprimono e soffocano la commozione della vita».

La prospettiva dei margini afferma la forza generativa intrinseca alla vita stessa e al desiderio che ne è il motore, ma insieme chiede responsabilità e coscienza riguardo ai continui pericoli di degenerazione che incombono e che assumono le forme più efferate di violenza. La generazione prevale sulla degenerazione se retrocede dall’egoismo, se afferma il ripiegamento del sentire, cioè quella passività, quello stare che favorisce la maturazione umana: «l’incremento della passività-sensibilità oltrepassa una soglia e provoca il ripiegamento e, a partire da allora, sentiamo che sentiamo. Questo è l’umano». “Sentire che si sente” è un processo in atto nella coscienza. Non c’è separazione tra razionale e sensibile dove si attiva quel sentire intelligente implicito alla vita consapevole. Si può qui intravedere un’allusione alla sapienza, alla luce interiore. Questo rompe l’ingranaggio a senso unico che produce alienazione, distanza dalla vita, morte. La coscienza ingenua sente, ma non lo sa. La falsa coscienza crede di controllare il «desiderio di infinito» traendosi fuori, oggettivizzandosi. Ma la via della consapevolezza chiede di uscire dalla menzogna del pensiero dominante: «L’autentico dubbio filosofico — politico e spirituale — è la messa in discussione di una presunta evidenza». Il tema dell’alienazione è dunque cavalcato da uno sguardo già fuori dall’omologazione, spostato di mezza spanna dalla seduzione che acceca, spostato cioè quel poco che basta per cambiare punto di vista e che, in valore assoluto, è immenso perchè permette all’osservatore di recuperarsi come soggetto senziente, di riscoprirsi capace dell’affezione dell’infinito, della potenza inesauribile del desiderio. L’indagine filosofica sembra riallinearsi alla spiritualità: «la persona spirituale è proprio quella che risponde a tale affezione e non la nasconde. Solo chi ha cura dell’affezione infinita mantiene una vita spirituale». Il senso dell’infinito è intrinseco alla realtà umana. L’alterità rimane sullo sfondo come costante desiderio irraggiungibile finché non è acquisito a livello di coscienza come centratura, punto di convergenza con tutto ciò che vive e sente. Proprio al culmine della società, cosiddetta “liquida”, anche la ricerca filosofica sembra riscoprire importanti tasselli dell’esperienza interiore, mistica, in cui l’alterità non è più sullo sfondo, ma interiorizzata come dimensione umana. Apprezzare il valore del margine in cui «non c’è dominio né della rappresentazione, né della ragione, né di nulla» richiede spoliamento, attraversamento del vuoto che permetta poi di recuperare la direzione giusta, di impegnarsi in azioni sensate, orientate, «mete quotidiane in cui risiede anche la dimensione divina».

Naturalmente la prospettiva dei margini, non può non prevedere un centro. Il paradosso è che l’autore tratta invece di margini «non definiti da nessun centro», tratta la condizione dei margini in se stessi, quella precarietà che richiede riparo, resistenza, perché i margini sono estremamente vulnerabili e proprio per questo costituiscono quella presenza generatrice che attiva l’umano, ma che anche può annientarlo. «Non c’è un centro, tutto è margine».

In effetti la disgregazione operata da un modello di sviluppo anarchico, liberato da ogni forma di limite etico e morale, ha prodotto un potere economico totalitario senza più bilanciamenti: «la vulnerabilità essenziale, che ci lascia in balia delle intemperie fisiche e metafisiche, riguarda anche l’orrore a volte provato di fronte all’abisso della nostra libertà». Ritorna dunque alla ribalta il “paradiso impossibile” e una raffinata rilettura del racconto biblico della disobbedienza: la narrazione vuole mettere in risalto il valore dell’obbedienza oppure dell’oggetto proibito, cioè del frutto dell’albero della conoscenza del male e del bene? Il “paradiso impossibile” sta a significare innanzitutto una condizione inesistente, quindi i due alberi, quello della vita e quello della conoscenza, non stanno al centro, ma ai margini dove la vita pulsa con tutte le sue contraddizioni, ma anche con le sue possibilità. La disobbedienza viene messa in luce come realtà alienata, lontana dal sentire, «seguita da una separazione, e, pertanto dal male». Il frutto proibito dunque non è mortifero in se stesso, lo diventa in quanto frutto della disobbedienza.

Il sentire intelligente potrebbe essere allora quella sapienza interiore che scaturisce da un processo di denudamento, di svuotamento, che la vulnerabilità del margine attiva producendo connessioni, facendo di ogni punto un centro, o meglio una centratura. Il centro così non è più posto come nucleo immobile di una struttura gerarchica, bensì come centratura dinamica. Relazionalità che si produce di centratura in centratura. Non il margine, ma la centratura, elimina il centro. Se ogni margine è centrato in se stesso, radicato nella sapienza interiore, il centro scompare. L’universo non ha un centro, ha una centratura. Ogni stella, ogni galassia è un centro connesso a tutti gli altri centri, è una centratura di centri. Infiniti sono i centri, unica la centratura. Questo è proprio quanto testimonia l’esperienza mistica. L’itinerario proposto sembra calcare tracce di un percorso spirituale in cui però la centratura c’è, la pienezza c’è e il paradiso non è così impossibile. Convergenza intrinseca a tutto ciò che vive e sente. Forse nuova tensione verso il logos, non più quello filosofico, ma il logos incarnato. Di fatto l’esperienza mistica assume con il cristianesimo una valenza sempre più incarnata. La morte a se stessi non coincide con l’annientarsi dell’individuale nell’assoluto. La fusione diviene mezzo di incarnazione, manifestazione del divino nell’umano.

di Antonella Lumini

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE