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Abbattere un muro

Il 28 luglio 2013, durante il volo di ritorno a Roma procedente da Rio de Janeiro, il giornalista di «Le Figaro», Jean-Marie Guénois, ha posto al Papa una domanda sul diaconato femminile e sulla presenza della donna nei dicasteri pontifici. Il Papa gli ha risposto: «Credo che noi non abbiamo fatto ancora una profonda teologia della donna, nella Chiesa. Soltanto può fare questo, può fare quello, adesso fa la chierichetta, adesso legge la Lettura, è la presidentessa della Caritas... Ma, c’è di più! Bisogna fare una profonda teologia della donna». Venti giorni dopo, durante un’intervista a Santa Marta, il gesuita Antonio Spadaro gli ha posto nuovamente la domanda. E Francesco ha ribadito: «Bisogna dunque approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa. Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. Solo compiendo questo passaggio si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all’interno della Chiesa».

Sadao Watanabe, Moses Abandoned  (1979)

Dopo aver ripetutamente letto queste e altre dichiarazioni simili, ho avuto la tentazione di rinunciare al compito che il direttore di Publicaciones Claretianas mi aveva affidato. Visto che il processo di elaborazione di una teologia della donna non sembrava ancora avviato, per lo meno in modo esplicito, aveva senso investire tempo in quel progetto? Se avremmo finito col ripetere sempre le stesse cose, valeva la pena impegnarvisi?

Ma la ferma convinzione che la questione della donna all’interno della Chiesa andasse affrontata si è imposta sulla tentazione. Sono certa che questo tema non possa ridursi ad aspetti ministeriali di ambito intra-ecclesiale, per quanto importante sia la riflessione sul diaconato, e neppure limitarsi alla maggiore o minore presenza di donne insigni nell’operato teologico, né misurarsi in funzione del numero di donne che occupano i vari incarichi. La questione va ben al di là dell’eterna domanda sul genio femminile, come se si trattasse di un mistero insondabile. Credo, piuttosto, che occorra affrontare il tema a partire dall’umanità della donna e dalle sue manifestazioni, come pure dalla funzione che le condizioni materiali e spirituali dell’esistenza svolgono nel promuovere o nell’ostacolare il pieno sviluppo umano delle donne. Sono convinta che questa prospettiva, intuita da Edith Stein nelle sue Conferenze sulla donna (1928-1933), possa contribuire a chiarire il significato ultimo delle sempre controverse richieste di liberazione della donna.

La Chiesa non ha solo il diritto, ma anche il dovere di dire una parola e di offrire proposte di azione su queste e altre questioni legate alle donne. Dobbiamo farlo a partire dal Vangelo, dall’esperienza comunitaria della fede e dalla teologia. E dobbiamo farlo in dialogo con il mondo, con le teorie che si elaborano da decenni in base all’esperienza e con i movimenti delle donne. E tutto ciò significa dialogare con i femminismi.

Capisco che, di fronte alla dinamica profondamente innovatrice di questa filosofia pratica e alla forza radicalmente trasformatrice di questo movimento storico, alcuni siano intimoriti. Ad ogni modo bisogna abbattere questo muro. Di fatto lo si sta già facendo. Il supplemento Donne chiesa mondo, che «L’Osservatore Romano» pubblica da maggio del 2012, è nato con la volontà di favorire il dialogo dall’interno della Chiesa. L’Italia e gli Stati Uniti ci dimostrano che questa proposta di dialogo a partire dalla società civile e su temi come, per esempio, quello della maternità surrogata, sta dando ottimi frutti.

Il dialogo franco e sincero non deve essere ulteriormente rinviato. Questo è il momento propizio. Le esortazioni Evangelii gaudium (24 novembre 2013) e Amoris laetitia (19 marzo 2016), l’enciclica Laudato si’ (24 maggio 2015), le riforme della Pontificia accademia per la vita (18 dicembre 2016) e dell’Istituto Giovanni Paolo II (19 settembre 2017), come pure la creazione del Dicastero per il servizio dello sviluppo integrale (17 agosto 2016), hanno molto da offrire alle giuste aspirazioni di uguaglianza, libertà e diritti delle donne.

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