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Per abbattere i muri e costruire ponti

· Il sogno di La Pira ·

Alla vigilia dell’incontro tra Papa Francesco e i presidenti israeliano e palestinese, Shimon Peres e Mahmoud Abbas, per invocare la pace riacquistano un grande significato le parole con cui Giorgio La Pira, nel tentativo di delineare il suo sforzo incessante per il disarmo e la pace, si rivolse a Paolo VI nel febbraio del 1970: è venuto il momento — scriveva il sindaco di Firenze — di abbattere i muri e di costruire ponti. È giunto il momento, cioè, di superare qualunque divisione e ogni contrasto fratricida per edificare solidi legami di pace e di unità.

Parole che rilette oggi assumono una nuova attualità e sembrano valorizzare l’idea lapiriana di una «Chiesa come centro di gravità delle Nazioni». Chiesa che non si limita a parlare ma agisce e compie gesti concreti, nel modo che più le è proprio: attraverso la preghiera. Con quel linguaggio, il solo a poter compiere miracoli, che entra nel profondo dei cuori degli esseri umani e sradica i motivi di odio e di vendetta. L’odio e la vendetta, infatti, non portano mai frutto, ma generano solo altri rancori e desideri di rivalsa in un crescendo di dispute, ostilità e terrore. La preghiera, invece, rappresenta un momento di ineguagliabile significato spirituale con cui chiedere l’intercessione divina, ma anche un metodo di dialogo dall’insuperato valore civile.

Ciò che scaturisce dall’incontro in Vaticano — e dalla visita del Papa in Terra santa — è dunque un segnale fortissimo che si allarga all’intera famiglia umana, soprattutto ai Paesi teatro di sanguinosi conflitti, come la Siria e l’Ucraina. Ma non solo. Questo incontro tra persone di fedi diverse, assume un evidente significato di concordia e di armonia anche per tutti quei popoli, come ad esempio quello italiano, che sono troppo spesso caratterizzati da un inveterato spirito di fazione e da un’atavica tendenza a dividersi.

Tendenza che va rigettata con decisione, soprattutto in una situazione di durissima crisi economica come l’attuale, a favore invece di un appello all’unità rivolto a tutte le donne e a tutti gli uomini di buona volontà, credenti e non credenti, perché possano incontrarsi e collaborare per il raggiungimento del bene comune. Un esempio di questo spirito viene dalla veglia di preghiera per l’Italia che si svolge ad Assisi per ricordare il settantacinquesimo anniversario della proclamazione di san Francesco come patrono d’Italia.

Dalla cittadina umbra, dunque, rimbalza questo auspicio di riconciliazione tra i popoli che era partito da Gerusalemme e che vedrà il suo compimento la sera di Pentecoste con l’incontro tra il Papa e i presidenti israeliano e palestinese. Ancora una volta, dunque, Gerusalemme, Assisi e Roma rappresentano un crocevia fondamentale nella storia dell’umanità. Un incrocio spirituale e concreto al tempo stesso, per superare ogni logica di esclusione e introdurre un elemento diverso nelle situazioni di crisi. Perché «ogni crisi» — scriveva La Pira — «prima di essere politica o economica è, diciamo così, metafisica e religiosa» e «concerne la destinazione ultima dell’uomo».

Al centro di tutto e alla luce del mistero dell’incarnazione risiede, infatti, il riconoscimento del valore di ogni persona umana. Mettere al centro il valore della persona significa infatti riconoscere il suo volto, capire i suoi bisogni, vedere le sue ferite, favorire le sue aspirazioni e far rispettare i suoi doveri nei confronti della collettività. A partire dalla pace, che non è certo una vaga aspirazione ideale, ma un obiettivo reale per il bene dell’umanità.

Gualtiero Bassetti

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23 agosto 2019

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