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Abbado all’Isola dei famosi

· Grande musica e presenzialismo all’Accademia di Santa Cecilia ·

È paradossale che i due musicisti più antidivi del circuito internazionale diventino quasi sistematicamente il pretesto per eventi mondani. Se c’è una cosa che distrugge l’arte sono gli «eventi», i casi eccezionali, che minano alla base la necessità di una normale fruizione del bello. Lo sanno benissimo Claudio Abbado e Martha Argerich, che giovedì sera assieme all’Orchestra Mozart e alla Mahler Chamber Orchestra riunite per l’occasione e all’Estonian Philharmonic Chamber Choir hanno messo assieme un concerto di altissimo livello per la stagione sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, dedicandolo al presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, presente in sala.

Abbado, direttore d’orchestra paragonabile a pochi altri, è di una affabilità rara, generosissimo sul podio e con i colleghi, specie se giovani, e guai a chiamarlo maestro, sempre e solo Claudio. La Argerich, una tra le più grandi pianiste in circolazione, si è messa in testa da qualche decennio di scardinare il rituale standardizzato del concerto con atteggiamenti che platealmente sottolineano quanto fare musica sia una esperienza collettiva e non ascrivibile esclusivamente a un solista, anche se di talento non comune come lei.

Un lavoro improbo tutto teso a riportare l’attenzione sulla musica, perché se ha ancora un senso uscire di casa per andare ad ascoltare Debussy e Ravel, come in questo caso, è perché c’è la possibilità che ci aiutino a capire un po’ meglio quello che ci accade intorno, a filtrare il mondo attraverso i loro suoni, non certo perché danno agli artisti la possibilità di mostrarci quanto sono bravi. Abbado e Argerich sono i primi a sapere che il loro talento è utile solo se si mette al servizio del senso di quello che eseguono, e proprio perché sono eccezionalmente bravi hanno imparato anche a fare un passo indietro per lasciare la musica in primo piano. Insomma il significato profondo del loro lavoro è il contrario del presenzialismo.

L’«evento», invece, è per definizione l’apoteosi dell’«io c’ero». Esserci non è di per sé contestabile, anzi. È invece sospetto esserci solo quando c’è il presidente Napolitano, che invece con la sua presenza non solo si lascia volentieri vincere dalla sua ben nota passione per la musica, ma sottolinea giustamente il ruolo fondamentale di certe istituzioni e dell’arte più in generale. Politici, giornalisti famosi, finanzieri, uomini e donne dello spettacolo, accorrete pure ai concerti, basta che non sia una tantum, se no può risultare dannoso. Sì, perché se l’importante è solo esserci allora Debussy e L’isola dei famosi diventano la stessa cosa.

La questione non riguarda gli esecutori, ma principalmente l’attualità de La Mer , che Abbado affronta togliendo le incrostazioni di esecuzioni troppo spettacolari, o la naturalezza disarmante dei Trois Nocturnes , nei quali il direttore si supera grazie a un’analisi e a una definizione nettissima degli interventi tematici che consente di sapere in ogni momento dove siamo, da dove veniamo e soprattutto in che direzione ci stiamo muovendo. Semplicità e naturalezza fanno l’autenticità, spiega Debussy con il determinante contributo di Abbado. Tocca al Concerto in sol maggiore di Ravel, invece, accennare a quanto possa essere leggero e divertente uno scherzo se l’ironia non diventa irrisione. E grazie alla Argerich per avergli dato voce in modo così brillante.

Abbado e Argerich eseguono assieme questo concerto per pianoforte da oltre quaranta anni, ogni volta diverso e uguale. Fortunatamente non è un «evento» e proprio per questo è autentico e utile. I concerti sono cibo per vivere meglio, soprattutto quelli «normali». Anche a quelli bisognerebbe andare, spesso, magari in galleria, col maglione e senza tacchi. Nel migliore dei mondi i personaggi famosi frequenterebbero talmente tanto musei, auditorium e biblioteche che la loro presenza non sarebbe una notizia.

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