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A torto o a ragione Furtwängler rimase

Finita la guerra, bisogna lanciare un segnale inequivocabile all’umanità, e punire in modo esemplare chi si è macchiato anche solo marginalmente dei crimini nazisti. Non bisogna dunque farsi intimidire dalla statura degli indiziati. Anzi, più il personaggio è grosso, più è forte il messaggio che la sua caduta veicola al resto del mondo.

Il maggiore dell’esercito statunitense Steve Arnold (Harvey Keitel) è stato istruito a dovere dai suoi superiori mentre le immagini dell’orrore dei lager gli scorrevano davanti agli occhi. Perciò quando si ritroverà al cospetto del grande direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler (Stellan Skarsgård) la sua missione sarà quella di lanciarsi a testa bassa per ottenere l’ammissione di colpa del musicista, che ora si professa nemico del nazismo, ma che fino a pochi mesi prima suonava in onore di Hitler. Per entrambi sarà l’inizio di un viaggio a ritroso verso le tenebre di un’epoca appena conclusa, ma soprattutto fra le pieghe più recondite dell’animo umano.

Il titolo originale del film di István Szabó del 2001 è Taking Sides , come dire: scegliere da che parte stare. E la raffinatezza del testo di Ronald Harwood da cui la pellicola è tratta, adattato fra l’altro per lo schermo dallo stesso autore, consiste proprio nel far credere inizialmente allo spettatore che queste parti da prendere siano rappresentate semplicemente da chi è stato a favore e chi contro il nazismo. Si tratta d’altronde del punto di vista di uno dei due protagonisti, il maggiore Arnold interpretato da Keitel con la determinazione tipica dell’eroe senza macchia e senza paura.

Lungo il film, tuttavia, i valori in campo trascoloreranno gradualmente in qualcos’altro. Ci si rende infatti conto piuttosto presto che nell’ottica strettamente storica e ideologica tutti i personaggi sono in realtà dalla stessa parte: l’antinazismo è un valore tanto per le gerarchie militari statunitensi quanto per i segretari di Arnold, che pure mostrano di avere più ampie vedute del loro capo, quanto per l’illustre indiziato, malgrado le ambigue apparenze dettate dal suo passato.

E l’incaponirsi di Arnold nel voler dimostrare a tutti i costi come questi sia stato un vero nazista, va non a caso di pari passo con lo svelamento della personalità ligia ma in fondo meschina del militare, con i suoi metodi violenti, con la sua rozzezza intellettuale e il suo conseguente complesso d’inferiorità nei confronti del grande artista che ha di fronte.

La soluzione dell’enigma Furtwängler, però, non sta nemmeno nell’idealismo che il direttore d’orchestra esprime a parole, e che lo porta a giustificare la propria scelta di rimanere in Germania con l’amore per la musica e per la nazione. Motivazioni probabilmente anche sentite. Ma se questa è la superficie del suo animo, un raffinato sottotesto fatto di illazioni e mezze ammissioni insinua nel personaggio l’idea dell’ambizione personale di chi sa che deve rendere giustizia al proprio talento, e vuole a tutti i costi sconfiggere la concorrenza delle nuove leve, capitanate da quel von Karajan più volte sventolato da Arnold come uno spauracchio.

Il piano dell’ideologia e della storia si sovrappone dunque a quello personale dell’ambizione, del talento e della carriera, alla dimensione tipicamente asociale e astorica del genio e del fuoco dell’arte. E il risultato di questa sovrapposizione è una zona grigia quasi camusiana, in cui la coscienza dei personaggi subisce uno sfibramento, ma allo stesso tempo sfugge a qualsiasi possibilità di giudizio.

Il tema del film, quindi, diventa fino a che punto l’uomo può e deve essere un animale politico. E quanto il dovere morale, pure di fronte a simili orrori, trovi delle resistenze contro l’insopprimibile bisogno di realizzare se stessi e la propria natura. Un bisogno egoistico ma purtroppo anche molto umano.

La regia di Szabó, dal canto suo, non rende del tutto giustizia al testo originale, su cui spesso si accovaccia pigramente, e che qua e là mortifica, per esempio nel rendere i personaggi minori mere figure di contorno cui delegare passaggi utili ma didascalici. Tuttavia le scenografie povere, quasi astratte del grande Ken Adam risultano particolarmente congeniali a questa lotta che si svolge sempre più all’interno dei personaggi, lasciando la Storia con la esse maiuscola sullo sfondo. Declivi su cui Harwood tornerà con lo script de Il pianista (Roman Polanski, 2002) vincendo anche un Oscar.

Ma il film finisce per essere inevitabilmente un po’ teatrale anche perché vampirizzato dalla grande interpretazione dei protagonisti. E se Keitel è incisivo mantenendosi tuttavia un po’ monolitico, Skarsgård nei panni del maestro lascia filtrare barlumi sospetti attraverso una coltre di rispettabilità, tanto da ricordare a tratti il Claus von Bülow impersonato da Jeremy Irons qualche anno prima. Anche se in extremis alcune immagini di repertorio assolvono comunque il vero Furtwängler dal torto più grande, quello di aver apprezzato il Führer.

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26 maggio 2018

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