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A spasso con il violino

· Il Festival Printemps des Arts di Montecarlo ·

Nella vita bisogna fare delle scelte, delle volte anche nella musica. Per i cronisti sprovvisti del dono dell’ubiquità sabato scorso al festival Printemps des Arts di Montecarlo il dubbio era di quelli difficili da sciogliere: Salle Empire o Sporting d’Hiver? Un dubbio che si aggiungeva a quello su quale fine settimana scegliere. Infatti da quest’anno la manifestazione si articola non più in una serie di concerti consecutivi, ma in quattro week-end.

Ha avuto la meglio, tra l’altro, «la notte del violino», un’occasione non comune per vedere all’opera uno accanto all’altro solisti affermati e giovani promesse, che sembrano già delle certezze. Articolata in due concerti contemporanei, ma con gli stessi interpreti, la serata si presentava piuttosto complessa. In pratica cinque violinisti si alternavano su due palcoscenici proponendo su ognuno programmi diversi. Ne emergevano due concerti separati, per pubblici differenti. Bach, che i francesi si ostinano a chiamare Jean-Sébastien nei programmi di sala, era presente massicciamente ovunque, una sorta di filo conduttore della doppia serata, che nella sua integrità proponeva le prime tre partite e le prime tre sonate per violino solo.

Ma non c’era modo di ascoltarle tutte, nemmeno correndo da una sala all’altra, situate in palazzi vicini ma separati. Bisognava scegliere, il che necessariamente significava rimanere con un po’ di rimpianto, ma forse era il bello del gioco.

Incastonate tra gli scrigni bachiani alcune perle del Novecento, tra le quali brillava particolarmente la Sonata numero 2 per pianoforte e violino di Krzysztof Penderecki. Un capolavoro che Julian Rachlin al violino e Itamar Golan alla tastiera hanno reso con una proprietà eccezionale, capaci di mostrare con assoluta chiarezza come tutto in questo brano, che supera abbondantemente i trenta minuti, derivi direttamente dall’inciso iniziale: brevi cromatismi affidati al pizzicato del violino che espongono quasi pedantemente il materiale tematico che sarà sviluppato in tutte le sue possibilità. Meno male che Penderecki è stato così chiaro sin dall’inizio, perché è proprio l’attacco quasi didascalico che rende immediato e godibile tutto quello che segue. In bilico per mezz’ora sulla corda della semplicità senza mai cadere nella rete della banalità, usando senza timori lacerti di linguaggi tradizionali accanto a intuizioni di assoluta modernità: quando i grandi compositori centrano l’obiettivo danno un senso anche al lavoro di chi non ce la fa.

Proprio per la sua struttura e la chiarezza dell’impianto l’opera di Penderecki si adattava perfettamente a essere inserita tra due lavori di Bach, forse il compositore che più di tutti ha fatto dell’elaborazione del materiale tematico una sua peculiarità. Certo non ha aiutato a valorizzare le intenzioni di chi ha impaginato il programma l’esecuzione della Partita numero 3 affidata a Midori Seiler, che, malgrado le indubbie doti tecniche, non ha brillato per chiarezza espositiva. Solido come una roccia, invece, Sergej Krylov, che è salito sul palco nel momento peggiore per un artista, con il pubblico stanco e soddisfatto per quanto aveva appena ascoltato. Per niente intimorito, e forte di un capolavoro da proporre, il solista russo ha scolpito con il suo Stradivari del 1734 una Sonata numero 1 di Bach semplicemente granitica, regalando tra l’altro un secondo movimento, la virtuosistica fuga, di traslucida purezza.

Alla giovanissima e brava Elsa Grether, invece, erano affidati due brani del Novecento: la Sonata numero 3 di Eugène Ysaÿe e Métal-Terre-Eau di Ton-That Tie, compositore vietnamita nato nel 1933 che ha scritto una serie di opere molto evocative sui cinque elementi.

La ragazza di Mulhouse gira il mondo portandosi dietro un talento eccezionale e un violino di Carlo Ferdinando Landolfi del 1746. Che rabbia non averla ascoltata nella Partita numero 1 di Bach che ha eseguito sull’altro palcoscenico.

Ancora Bach per finire, questa volta la Sonata numero 3 affidata a Tedi Papavrami che sembra essere stato il più vicino all’interpretazione ortodossa di questo genere di pagine: fraseggio chiarissimo, limpida conduzione delle voci, virtuosismo quanto basta, ma mai ostentato e fine a se stesso.

Chissà come avranno suonato gli stessi cinque interpreti nell’altro concerto. Chissà se avranno corso a ritmo di giga con il violino in spalla tra le Ferrari e le Rolls Royce parcheggiate a decine nella piazza che divide le due sale, oppure se avranno passeggiato a tempo di allemanda. Chissà se abbiamo azzeccato il concerto giusto: nella vita bisogna fare delle scelte.

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