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A scuola di dialogo dal gran Moghul

· La mostra «Akbar, il grande imperatore dell’India» ·

Rimarrà aperta fino al 3 febbraio 2013, a Roma a Palazzo Sciarra (Fondazione Roma), a cura di Gian Carlo Calza e con il contributo di numerosi specialisti, una mostra dedicata ad Akbar, “il grande imperatore dell’India”, raffinatamente impostata sul piano estetico e significativa per contribuire a spostare l’asse di lettura della storia verso un’ottica mondiale e interculturale.

Akbar, «il più grande», è attributo divino nel mondo islamico, ma con tale appellativo viene comunemente identificato anche il principe imperiale dell’India, Jalaluddin Muhammad, salito al trono appena tredicenne nel 1556 alla morte improvvisa del padre Humayun, durante il cui esilio aveva visto la luce, il 15 ottobre 1542. Le complesse vicende delle popolazioni centroasiatiche si riflettono in quelle della sua famiglia, da cui scaturisce la dinastia Moghul.

Il fondatore, Babur, discendeva per parte di padre da Tamerlano e per via materna da Chingis Khan; nel 1504 si spostò a sud conquistando Kabul e successivamente Delhi e Agra; alla sua morte, nel 1530, l’India andò al figlio Humayun, contro il quale però si scatenarono i fratelli, costringendolo a fughe tra il Panjab e l’Afghanistan, fino in area persiana. Qui i fuggiaschi furono ben accolti, e l’ambiente culturale lascerà tracce determinanti nel piccolo Akbar. Accudito affettuosamente tra l’altro da una zia, pare fosse addirittura tollerata la sua refrattarietà a leggere e scrivere, forse dovuta a una forma di dislessia (nel bollywoodiano Stelle sulla terra , diretto e interpretato nel 2007 da Aamir Khan, un bambino con problemi analoghi riuscirà a comunicare tramite l’abilità nel disegno e l’aiuto di un coraggioso maestro). Questa peculiarità di Akbar venne poi descritta in chiave agiografica come il segno di una sapienza che «rientrasse nella natura del dono e non dell’acquisizione» dal consigliere e biografo Abu’l Fazl, autore del Libro di Akbar . Lo splendido manoscritto, oggi a Londra al Victoria and Albert Museum, completato in sette anni per committenza di Akbar, illustrato in acquerello e oro, fu sin dalle intenzioni una enciclopedia storica, geografica e di costume raccolta con meticolosa ricerca negli archivi (il Dipartimento degli atti reali fondato nel 1574) e da fonti orali e scritte in arabo e in persiano. Il testo, come le illustrazioni, era inoltre concepito tenendo presente l’intrecciarsi costante dei livelli spirituale e materiale.

Nell’amplificazione simbolica come nel nucleo storico, pur in presenza di innegabili motivi di opportunità politica, “il grande” imperatore, senza lettere ma dotato d’una fattiva curiositas , coltivò e promosse, circondandosi di artisti e artigiani d’ogni ambito e credenti d’ogni provenienza, l’elevazione culturale e spirituale; e se ne servì in larga misura per cercare ove possibile il dialogo, pur nel contesto irto di dinamiche espansionistiche e di potere.

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