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A lezione di giustizia con Defoe e Bob Dylan

· Letteratura e diritto a confronto all'Università Cattolica del Sacro Cuore ·

Esistono relazioni importanti tra la letteratura e il diritto? Le opere dei grandi scrittori aiutano a rischiarare i dilemmi teorici e pratici che il mondo giudiziario deve fronteggiare ogni giorno? Romanzi e racconti possono risvegliare e affinare, in chi si avVII all'esercizio delle professioni legali, il senso di giustizia, fondamentale in ogni essere umano ma indispensabile soprattutto in chi voglia maneggiare gli arnesi del mestiere di giurista?

Convinti di poter trovare una risposta a questi interrogativi, dal 2009 docenti e giovani ricercatori del Centro Studi «Federico Stella» sulla Giustizia penale e la politica criminale hanno deciso di dar vita, nell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, a un ciclo di incontri sul tema «Giustizia e Letteratura». Un gruppo di giuristi si è dunque trovato a intraprendere un cammino di esplorazione degli sterminati e rigogliosi territori della letteratura mondiale. In questo viaggio, come ogni vero viaggio, «bello» nel suo andare ben prima che nel suo arrivare (nell' Itaca di Costantinos Kavafis), studiosi e professionisti del diritto, scrittori e critici letterari si sono dedicati a un ascolto attento alle rispettive forme espressive e sensibilità. Ne sono nati tanti esperimenti di meticciato disciplinare, a beneficio della formazione umana e culturale degli studenti delle facoltà giuridiche e letterarie della Cattolica, non meno che di un aggiornamento «alto» per avvocati e magistrati.

Anche se ogni incontro presenta unicità di contenuti e di impostazione, costante rimane l'aderenza a un metodo: è innanzi tutto il testo letterario a parlare ai presenti, attraverso la voce dello scrittore stesso o di interpreti scelti sia per la particolare conoscenza e affezione nei confronti delle opere considerate, sia per la sensibilità verso i temi di giustizia. Solo dopo la fase di ascolto delle narrazioni, gli esperti di diritto sviluppano le questioni giuridiche tematizzate dai testi letterari.

L'adozione di questo format segnala uno degli aspetti di maggiore originalità dell'iniziativa, rispetto ad esempio alle esperienze che in Italia e all'estero sono comunemente identificate dall'espressione Law and Literature . Una ricerca ha del resto rilevato ben 124 insegnamenti con questo nome impartiti nei soli Stati Uniti e, per lo più, nelle Law Schools, ossia in ambiti universitari orientati a una formazione legale di taglio professionalizzante. Segnale di quanto, in sedi accademiche qualificate, un'immersione nelle humanities sia reputata non soltanto utile corredo culturale ma componente essenziale nella formazione dei profili professionali di avvocati e giudici.

Nell'iniziativa in Cattolica ci si è poi voluti spingere oltre il semplice binomio «diritto e letteratura»: interessava piuttosto svolgere un confronto che mettesse in gioco, oltre al diritto, la giustizia, facendo affiorare, negli ambiti culturali e disciplinari coinvolti, ogni fermento reattivo che l'esplorazione di questa idea, viva e vissuta nelle narrazioni prescelte, avesse la forza di mobilitare.

Sostenuto dalle Facoltà di Giurisprudenza e di Scienze linguistiche e letterature straniere e giunto ormai alla sua seconda edizione, il ciclo «Giustizia e Letteratura» si profila già come un esperimento riuscito (e non solo per la straordinaria affluenza di pubblico): il segno, molto confortante per chi ha ideato l'iniziativa, di una domanda di «senso» espressa da studenti e giuristi di professione; dell'aspirazione a non rinchiudersi nei recinti esclusivi ed escludenti del tecnicismo giuridico, ma, come Alce Nero (il capo Sioux autore di una celebre autobiografia), ad abbracciarli con sguardo largo, «dall'alto di un colle solitario».

Nell'anno accademico in corso il ciclo ha dapprima sondato le risonanze letterarie del caso Dreyfus: una vicenda emblematica della storia europea, non solo giudiziaria. Nell'incontro successivo su Friedrich Dürrenmatt, prolifico autore di racconti paradossali, gialli e commedie grottesche, Gherardo Colombo, già magistrato milanese e ora presidente della casa editrice Garzanti, si è confrontato con le prospettive di germanisti che hanno studiato l'opera dello scrittore svizzero. Si riprenderà a febbraio, e saranno di scena la letteratura inglese del Settecento, con un incontro sulle «figure criminali» descritte da Daniel Defoe e, a marzo, una riflessione sulla problematica della responsabilità individuale posta da quella «dissoluzione» dell'io e del filo narrativo che la letteratura austriaca moderna ha espresso esemplarmente (e freudianamente).

A seguire, un'originale lettura dei temi di giustizia nell'opera di Bob Dylan, cui contribuiranno, oltre a esperti «dylaniani», Armando Spataro, magistrato della Procura di Milano, assai noto per le inchieste su terrorismo e criminalità organizzata, e appassionato «dylaniano» a sua volta. A maggio il ciclo di quest'anno si chiuderà con un vasto confronto tra studiosi di discipline giuridiche ed esperti di comunicazione, mass media, cinema e teatro che, nel corso di un'intera giornata, si interrogheranno sulle rappresentazioni (e distorsioni) dei temi di giustizia nella ricostruzione mediatica dei processi penali, nella cronaca giudiziaria, nella fiction televisiva, nel cinema e nel teatro.

La discussione non trascurerà un tema speculare e altrettanto affascinante: il valore aggiunto, etico e cognitivo, che dalla sapiente narrazione delle storie di vita di chi compie e subisce un illecito penale può venire al difficile compito di «fare giustizia».

Il protagonista di Canto di Natale (il celebre racconto di Charles Dickens), il vecchio Scrooge, alla vigilia di Natale allunga pochi scellini a dei bambini poveri che bussano alla sua porta, mosso a una generosità meccanica e burocratica da una sorta di freddo imperativo kantiano.

Ma alla fine della storia, Scrooge subisce un cambiamento fondamentale: diviene un uomo affabile, benefico, ormai intimamente persuaso del bene da elargire. Che cosa è accaduto? Scrooge ha recuperato, grazie a una «narrazione» la memoria della propria infanzia e, con essa, la capacità di riconoscere la comune umanità dei bambini che gli si presentano alla porta e che il giorno prima aveva trattato in modo avaro e miserabile. Ha potuto afferrare il senso della propria fragilità umana, riscattata e confortata dall'aiuto scambiato con altri esseri umani.

Come ha scritto Susan Sontag, essere un individuo morale significa prestare, essere obbligato a prestare, un certo tipo d'attenzione. La specificità della letteratura è di mostrare, anche o forse soprattutto al giurista, sempre a rischio di interpretare burocraticamente il proprio ruolo, la bellezza e la verità di una tale «prestazione».

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15 dicembre 2019

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