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A lezione da re Lear

· La politica contemporanea letta attraverso i personaggi del Bardo ·

C’è molto di shakespeariano nello scenario internazionale. In fondo, aggettivi come «amletico» sono addirittura inflazionati in ogni ambito e quindi anche in quello geopolitico, percorso, e non da oggi, da feroci dubbi. Ma è amletica anche la cronica incapacità all’azione che alcuni organismi sovranazionali periodicamente dimostrano di fronte a gravissime crisi. Allo stesso modo, è «macbethiana» la smania di potere dimostrata da tiranni e tirannelli di varie latitudini, come è «otelliano» il sospetto che sempre circonda la politica, nonostante i sorrisi di circostanza dei protagonisti.

Ha quindi gioco facile Nicola Fano che su «Liberal» di sabato 16 offre una lettura delle crisi nordafricane in chiave shakespeariana, soprattutto leggendo nelle cadute dei governanti arabi e nelle ribellioni contro di essi la stessa parabola del Re Lear : logorato dall’età, ma non dal potere, l’anziano sovrano decide di spartire il suo regno tra le figlie.

Da questa incauta scelta scaturisce l’azione drammatica che inesorabile precipita verso la tragedia finale, dove — apparentemente — nessuno è salvato. In un primo momento Lear rimane capricciosamente attaccato all’esteriorità del potere, alle sue insegne, ai suoi fasti. Un po’ come i raìs nordafricani che non vogliono mollare e — proprio come il personaggio shakespeariano — decidono di garantirsi un futuro da regnante anche dopo la morte, affidando il governo alla loro progenie. Ma nel testo shakespeariano la nemesi è in agguato e saranno proprio le figlie di Lear a spogliarlo di ogni regalità, gettando inoltre il Paese loro affidato in una terribile guerra.

Insomma — commenta Fano — una delle colpe di Lear, ma anche degli anziani leader maghrebini, sta anche nell’incapacità di designare un successore credibile e questo è anche specchio della loro tirannia. Ma come andrà a finire?

Fano — citando il Riccardo III — esprime shakespearianamente la speranza che, nel caso del nord Africa, non si debba un giorno rimpiangere il peggio. Il rimpianto non è un sentimento positivo nemmeno in politica, dove peraltro sembra essere abbastanza sconosciuto.

Meglio, come accade a Lear, perdere la testa (non in senso fisico) e abbracciare la pazzia: «È incredibile — scrive Fano — come molti si facciano matti in questo copione, come dire che perdita di potere non si concilia con l’assennatezza».

Certo, l’opera di Shakespeare — del quale Neri Pozza ha recentemente pubblicata un’accurata biografia a firma di Peter Ackroyd in cui la vita del poeta-teatrante viene finalmente contestualizzata in modo non superficiale — può essere letta in una molteplicità di livelli. E perciò anche in chiave politica.

L’autore si rivolgeva a un pubblico popolare, appassionato dalle vicende del proprio tempo. Una platea che voleva quindi riconoscersi negli spettacoli a cui assisteva, che voleva ridere e partecipare commossa. Che voleva anche, e forse soprattutto, ironizzare in modo liberatorio sulle manie dei potenti. Da qui, la vena satirica di Shakespeare che non fa altro che «denunciare» atteggiamenti mai cambiati veramente.

Lo stesso Peter Ackroyd evidenzia quanto la satira fosse diffusa nella Londra a cavallo tra il Cinque e il Seicento. Un particolare, questo, che avvicina la società elisabettiana alla nostra. In fondo le debolezze di chi detiene il potere sono sempre quelle, ed è anche inutile starle a elencare.

Ma la satira, per quanto importante, non è l’interesse principale di Shakespeare. Non lo è in nessuna opera e tanto meno in Re Lear . Se ci si ferma a questo aspetto si rischia di rimanere pericolosamente in superficie.

Per rendere giustizia a Shakespeare, vale la pena ricordare come il protagonista lungo i cinque atti della tragedia viva un doloroso apprendistato, che, in un crudo processo di sottrazione, lo porta a spogliarsi delle vuote insegne regali, per abbracciare in pieno la sua umanità.

È difficile pensare che i leader politici protagonisti delle cronache di queste settimane possano compiere lo stesso percorso. Anche perché l’esperienza di Lear è singolarmente cristiana.

Egli diventa folle ma non perché perde il potere. Diventa folle, perché la follia è la dimensione umana più consona di fronte ai rovesci della storia. Nel senso che dalla semplice angolazione del folle — o del matto, per dirla shakespearianamente — è finalmente possibile accogliere i rovesci della vita con uno sberleffo irriverente, ben consapevoli che l’essenza umana, quella che non necessita di alcun blasone, non può essere intaccata.

In questo percorso Lear viene accompagnato dal suo giullare — matto per elezione — e da colui che del matto ha dovuto assumere le spoglie: Edgar, figlio di Gloucester, costretto a fuggire nella brughiera e a coprirsi di cenci per nascondere la propria identità.

Sarà il giullare, per primo, a rivelare, dal suo punto di vista privilegiato, l’insensatezza della decisione del re di cedere il potere pretendendo di mantenerne i privilegi. Lo stesso personaggio ricoprirà di lazzi l’anziano sovrano quando, nel mezzo della tempesta che sferza la brughiera, invocherà la forza degli elementi, come se questi fossero al suo comando.

Ma nonostante gli strepiti, malgrado l’urlo e il furore, Lear accetta piano piano il suo destino, in un cammino che diviene sempre più convinto e che alla fine lo porta ad abbracciare il proprio destino e, con esso, la propria umanità. Lear perde tutto, ma proprio per questo sarà salvato. Lear perde tutto, ma trova se stesso.

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22 agosto 2019

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