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A Castel Gandolfo sentinelle del creato

· Mezzo milione di api donate al Papa per la fattoria delle Ville pontificie ·

Similia similibus curantur . Torna alla mente il motto di Samuel Hahnemann — il medico tedesco vissuto tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, noto per essere il fondatore della medicina alternativa, meglio conosciuta come omeopatia — nel riflettere sul significato che ha assunto il dono fatto al Papa domenica scorsa dalla Coldiretti, otto arnie con circa mezzo milione di api.

Si è trattato, infatti, di un gesto altamente simbolico per sottolineare il senso di una giornata che l’associazione degli agricoltori italiani ha voluto dedicare alla salvaguardia del creato e alla tutela dell’ambiente. Le api rappresentano perfettamente questa necessità. Non a caso la Coldiretti ne parla come di vere e proprie «sentinelle dell’equilibrio naturale globale», tanto che la loro eventuale scomparsa «potrebbe avere conseguenze disastrose sia per la salute sia per l’ambiente». E, dati alla mano, dimostra che la nostra alimentazione «dipende per oltre un terzo da coltivazioni impollinate attraverso il lavoro degli insetti, al quale proprio le api concorrono per l’ottanta per cento».

Quale trampolino migliore della fattoria del Papa per rilanciare il grido d’allarme davanti al rischio di estinzione che grava su diversi prodotti della natura, a causa, dicono in Coldiretti, di un becero meccanismo di distribuzione commerciale, che privilegia le grandi quantità e la standardizzazione dell’offerta. «Il dono — ha detto al nostro giornale il presidente Sergio Marini — è innanzitutto un segno della riconoscenza della Coldiretti al Papa per il suo costante incoraggiamento del quotidiano lavoro di chi coltiva la terra, nel quale è facile riconoscere quel rispetto e quell’amore di chi sa che la salvaguardia del creato è il più giusto investimento sul futuro». Allo stesso tempo vuole anche essere il giusto riconoscimento dell’esemplarità «dell’azienda agricola del Vaticano a Castel Gandolfo» ritenuta «l’ambiente naturale più adeguato per dare un segnale forte di come sia possibile che, insieme alle moderne tecnologie, possano essere conservate intatte le caratteristiche di rusticità e di purezza proprie della vera campagna».

Le otto arnie, abitate da circa cinquecentomila api originarie della Ciociaria, provengono da un’azienda biologica, La Sonnina, e sono state offerte in collaborazione con la fondazione Campagna Amica, il cui scopo è proprio quello di diffondere la cultura del prodotto naturale e della difesa dell’ambiente. A regime ognuna delle otto comunità produrrà circa 35 chili di miele all’anno  per un totale di 280 chili. Vanno ad aggiungersi alle altre tre già esistenti nella fattoria, nelle quali altrettante distinte famiglie di api — famiglie numerose se si considera che ognuna può essere composta dai ventimila ai sessantamila esemplari — producono oggi una discreta quantità di pregiato nettare, grazie anche alle cure di Marco Tullio Cicero, apicultore alle dipendenze delle Ville Pontificie la cui fama è ampiamente riconosciuta in tutta la zona.

Le nuove «castellane» sono state sistemate nella parte alta della fattoria, proprio a ridosso del vivaio «ma accuratamente tenute a distanza dai viali per evitare — spiega Giuseppe Bellapadrona, il responsabile della fattoria — possibili fastidiosi incontri con chi passeggia nelle Ville. La zona infatti è ricca di fiori e dunque supponiamo che il traffico da queste parti sarà piuttosto sostenuto e di difficile controllo. Di qui la scelta di una collocazione se non altro fuori mano».

Ma c’è un altro motivo che rende affascinante questo ripopolamento di api nella zona di Villa Barberini. Nella villa infatti questi operosi insetti sono da secoli di casa e anzi vantano uno stretto legame proprio con i Barberini, la famiglia di Maffeo eletto al soglio pontificio il 6 agosto 1623 con il nome di Urbano VIII. Nella scelta dello stemma del pontificato egli volle fossero mantenuti gli elementi fondamentali del suo casato: tre api. Per la verità originariamente nello stemma «non figuravano le api — ci ha raccontato Sandro Barbagallo, critico d’arte, nostro collaboratore e autore tra l’altro del volume Gli animali nell’arte religiosa - la basilica di San Pietro (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2010, pagine 238, euro 33,00) — ma tre tafani, insetti certamente più bellicosi delle api, pronti a colpire senza riguardo per nessuno. Proprio per questo motivo, e soprattutto nell’ottica di un possibile cardinalato, i Barberini pensarono bene di trasformare i tafani in api. Qualche colpo di scalpellino e già verso la metà del Cinquecento la trasformazione divenne ufficiale: i tafani divennero docili api, simbolo di operosità, di fatica virtuosa, di tenacia» ma anche di eloquenza. Anzi nello stemma di Urbano VIII rappresentavano, forse soprattutto, proprio il significato di dispensatrici del Verbo.

Un ruolo del resto che a questi incredibili insetti è attribuito sin dall’antichità. L’ape era ritenuta messaggera divina e non poche volte i santi erano per questo raffigurati con la bocca socchiusa dalla quale uscivano piccole api per ribadire che il loro «nutriente miele — come spiega Barbagallo nel libro citato — era il Logos da offrire agli uomini». Sant’Ambrogio andò oltre, paragonando la Chiesa a un’arnia e i fedeli alle api per indicare come vero cristiano «colui che odia il fumo della superbia e raccoglie dai fiori solo il meglio». Anche nella mitologia l’ape era accostata alla divinità.

È proprio questo passato che ha assicurato un futuro alle api nella vita della Chiesa. Lo ricordano, per esempio, le oltre duemila raffigurate in fogge e posizioni diverse nella basilica di San Pietro. A cominciare da quelle scolpite da Gian Lorenzo Bernini sulle quattro colonne che delimitano l’altare della Confessione. Omaggio a Urbano VIII, il quale gli aveva commissionato i lavori. Tra l’altro il Papa teneva molto alla realizzazione dell’opera. Ci teneva al punto da non lesinare sforzi di nessun genere pur di giungere al suo completamento. Anzi per fornire le centomila libbre di bronzo necessarie non esitò a ordinare l’uso delle travi del Pantheon, cosa che gli costò la citazione apparsa sulla base della famosa statua del Pasquino: Quod non fecerunt barbari, Barberini fecerunt.

Resta il fatto che rappresentare le api in un contesto sacro è una consuetudine comune a tanti maestri che si sono cimentati proprio nell’arte sacra. Certamente non solo le api: la basilica Vaticana è, in questo senso, un vero e proprio «zoo sacro» come lo definì monsignor Giovanni Fallani quando era presidente della Commissione per la tutela dei monumenti storici ed artistici della Santa Sede. Come dargli torto? Ci sono agnelli, aquile, arieti, colombe, cavalli, cani, serpenti, un gatto e quant’altro sino alle lucertole che dal Bernini non ricevettero proprio un trattamento tenero: quella che compare nel baldacchino della Basilica è una lucertola ricoperta da una colata di bronzo fuso quando era ancora viva.

Ma per le api è tutta un’altra storia. Tornano a dare all’umanità confusa quel messaggio che già Plinio il Vecchio sottolineò scrivendo di loro: «Quale razionalità umana potremmo paragonare alla loro, che sono superiori almeno in questo, nel non conoscere nulla al di fuori dell’interesse comune?».

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20 ottobre 2019

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