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​11 febbraio

La ricorrenza della firma dei Patti Lateranensi, l’11 febbraio 1929, incrocia quest’anno due anniversari che hanno una significativa connessione con l’evento che segnò la fine della Questione romana, l’avvento della attesa Conciliazione tra Chiesa e Stato in Italia, l’avvio di una distinzione collaborativa tra di loro.

È da ricordare innanzitutto la promulgazione del codice di diritto canonico, il primo nella storia della Chiesa, ad opera di Benedetto XV nel 1917. Un codice che nasce dalla ansietà tutta pastorale di san Pio X, per aiutare la Chiesa ad entrare nel mare della modernità e sostenerne i pastori in una navigazione nuova e difficile.

Vista sotto il profilo dei processi storici, la codificazione canonica è prodotta nel momento in cui l’affermarsi degli Stati laici e separatisti ha messo il diritto della Chiesa fuori dagli ordinamenti giuridici secolari. Questo fatto, se crea problemi nuovi per la vita di una comunità ecclesiale che comunque vive ed è chiamata a vivere nei popoli di questa terra, al tempo stesso segna un grande punto di vantaggio: la emancipazione dalle antiche pretese giurisdizionalistiche degli Stati. La Chiesa si può riorganizzare giuridicamente – per quanto è nella umana disponibilità – in piena conformità con la propria, più profonda natura, affinando diritto ed istituzioni in relazione alla finalità sua ultima e suprema, di sempre: la salus animarum.

In sostanza il codice pio-benedettino, per quanto rivolto all’interno della vita ecclesiale, finiva per divenire un formidabile strumento di distinzione rispetto alle pretese politiche, di rivendicazione degli iura nativa Ecclesiae, di tavola normativa sul paradigma della quale reimpostare le relazioni con gli Stati: non secondo gli antichi modelli della subordinazione prescritti dalle pretese giurisdizionalistiche, bensì sulle basi nuove di un rapporto giuridico paritario, basato sulla reciproca indipendenza ed autonomia. Un rapporto teso ad evitare la conflittualità, di cui in definitiva paga le conseguenze il cittadino-fedele, e diretto al perseguimento di una sana collaborazione nella sicura distinzione tra ambiti.

In questo modo la Chiesa si attrezzò per attraversare il Novecento: secolo che si sarebbe rivelato particolarmente turbolento e travagliato. Non si trovò impreparata di fronte all’affermarsi di forme più mature di laicità delle istituzioni pubbliche ed all’evolvere delle società civili in senso pluralistico; ma non si trovò neppure impreparata, anzi, ad affrontare la ventata delle ideologie, i marosi delle grandi dittature, le tornanti tentazioni statuali per una politica in materia ecclesiastica, volta a rispolverare le antiche aspirazioni dirette a piegare la religione alla ragione politica.

Insomma: pare potersi dire che la codificazione si mostrò provvidenzialmente utile per una Chiesa chiamata al confronto nel declino della democrazia ed alla resistenza nell’avvento delle dittature. Ed a questo punto è evidente che i Patti del Laterano costituirono, nella vicenda tutta italiana apertasi con la Breccia di Porta Pia il 20 settembre 1870, un frutto della codificazione; quei Patti si poterono pensare e realizzare, anche perché dietro era una realtà giuridicamente attrezzata e ben organizzata.

L’altro anniversario è legato alla nascita della Repubblica Italiana, dopo la fine della dittatura e della guerra, in un momento di alte idealità e di propositi ardenti che, nonostante le diversità di posizioni politiche, accomunarono gli italiani temprati dalla sofferenza e vogliosi di riscatto. Il riferimento è alla Costituzione, approvata il 22 dicembre 1947 a larghissima maggioranza ed entrata in vigore il primo gennaio successivo.

La Costituzione, infatti, contiene la famosa disposizione di cui al secondo comma dell’art. 7, in virtù della quale i Patti Lateranensi hanno avuto conferma e copertura costituzionale. In tal modo, ed anche grazie alla revisione del Concordato seguita all’Accordo di Villa Madama del 1984, i Patti hanno potuto continuare a sviluppare le potenzialità positive contenute nelle relative clausole.

Ma il richiamo alla Costituzione acquista, dal punto di vista dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato, un significato ulteriore. Perché nel testo posto al vertice delle fonti dell’ordinamento giuridico italiano sono valori e princìpi condivisi da entrambi, a cominciare dalla centralità della persona umana e delle sue spettanze inviolabili; dal ruolo delle formazioni sociali ove, nel tempo, la personalità umana si svolge; dal principio di solidarietà e quello di sussidiarietà. E poi, nel campo del fenomeno religioso, la piena libertà individuale, collettiva, istituzionale; una sana laicità che comporta distinzione, ma al tempo stesso la collaborazione fra Chiesa e Stato “per la promozione dell’uomo e il bene del Paese”, come recita l’art. 1 del testo concordatario in vigore.

Si tratta di una collaborazione che, a ben vedere, ha segnato i decenni dell’età repubblicana senza confusione di ruoli e di ambiti, favorendo la crescita del Paese in termini materiali e morali; che ancora una volta ha avuto l’opportunità di dispiegarsi, secondo la logica intrinseca ai Patti che si commemorano, nelle dolorose evenienze che negli ultimi mesi hanno tragicamente toccato le persone di tanti italiani e stravolto la vita di tante comunità.

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