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​11 febbraio

La ricorrenza dell’11 febbraio si colora questa volta di un significato del tutto particolare.

Palazzo del Laterano, Sala dei Papi, cerimonia della firma dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929, Biblioteca Apostolica Vaticana, Stampe III  288)

Sono trascorsi infatti novanta anni dalla firma, nel Palazzo del Laterano, di quei Patti che posero fine all’annoso dissidio tra la Santa Sede e l’Italia, passato alla storia con il nome di Questione romana. Con la Conciliazione, come si volle subito indicare lo storico evento, se si venne a sanare il dramma di coscienza di una generazione di italiani, si venne al contempo a saldare una frattura che aveva pregiudicato i rapporti tra il giovane Stato italiano e Colui cui è stata affidata una missione grande; quella missione che con felice immagine Paolo VI indicava nell’incipit del suo discorso alle Nazioni Unite del 4 ottobre 1965. Affermava in quella occasione il santo Pontefice: «siamo portatori di un messaggio per tutta l’umanità»; «siamo come il messaggero che, dopo lungo cammino, arriva a recapitare la lettera che gli è stata affidata»; «avvertiamo la fortuna di questo, sia pur breve, momento, in cui si adempie un voto, che Noi portiamo nel cuore da quasi venti secoli». Ed aggiungeva: «Noi celebriamo qui l’epilogo d’un faticoso pellegrinaggio in cerca d’un colloquio con il mondo intero, da quando Ci è stato comandato: “Andate e portate la buona novella a tutte le genti”».

Se si guarda al lungo tratto di storia che separa l’oggi da quel lontano evento del Laterano, non si può fare a meno di concludere che i Patti, ed in particolare il Trattato, hanno costituito un tratto sicuro, agevole, piano del sentiero percorso da quel messaggero nel recare ancora nel mondo contemporaneo l’annuncio grande affidatogli: un messaggio per l’uomo, per ogni uomo, per tutti gli uomini. Un messaggio religioso, certo, per il bene spirituale e la salvezza ultima di ognuno; ma al tempo stesso un messaggio terreno di giustizia, di pace, di fiducia, di speranza, di solidarietà, di convivenza tra i popoli, come lo stesso Paolo VI sottolineava nella ricordata occasione.

A ben vedere, con gli Accordi del 1929 l’Italia non ha solo risolto un problema suo, interno, che la indeboliva politicamente e che non poteva protrarsi oltre; non solo ha consentito ai cattolici italiani di potersi nuovamente sentire pienamente cittadini, orgogliosi di tale appartenenza, impegnati in tutto per il bene del proprio Paese. Con quei Patti l’Italia ha anche fornito un contributo incomparabile, e che solo lei poteva dare, alla causa dell’umanità, assicurando al successore di Pietro le condizioni giuridiche e di fatto migliori per proseguire nell’opera del Maestro, che “pertransiit benefaciendo” (At 10, 38).

Ma l’odierno, ideale appuntamento, che si rinnova ogni anno, ha un particolare significato anche perché ricorrono trentacinque anni dalla firma, a Villa Madama, dell’Accordo che venne ad apportare modifiche ad uno dei protocolli diplomatici integranti quei Patti: il Concordato. Per parte italiana si trattava di un prospettiva aperta sin dal momento del voto con cui, nel 1947, l’ Assemblea Costituente approvò l’art. 7 della Carta fondamentale; un voto che confermava i Patti Lateranensi, lasciando però aperta la strada alle modificazioni che si fossero rese necessarie, sia per armonizzare le disposizioni pattizie ai princìpi costituzionali, sia per adeguarle alle nuove esigenze poste, nel tempo, dal divenire della società italiana.

Per quanto riguarda la Santa Sede, alla consapevolezza di tale prospettiva coltivata da parte italiana, si aggiunsero i nuovi orizzonti dischiusi dai deliberati del Concilio Vaticano II in tema di rapporti tra Chiesa e comunità politica, e di libertà religiosa. Quei deliberati, infatti, segnarono un voltar pagina quanto alle tradizionali impostazioni del diritto pubblico ecclesiastico, aprendo la via ad una nuova, grande stagione concordataria che ebbe proprio nell’Accordo di Villa Madama il modello di riferimento ed il punto di avvio. Si tratta di un modello caratterizzato da alcuni pilastri valoriali: una sana laicità, che significa distinzione — non separazione — tra Chiesa e Stato; una piena libertà religiosa, non solo individuale e collettiva, ma anche istituzionale; una collaborazione rispettosa delle rispettive competenze, per rispondere al meglio alle esigenze delle singole persone umane e dell’intera comunità nazionale.

A voler trarre il senso profondo della vicenda sviluppatasi, per quasi un secolo, nei rapporti tra Chiesa e Stato nella realtà italiana, occorre ripartire proprio dal termine con cui vennero sinteticamente indicati gli Accordi del 1929: Conciliazione. Un termine che se guardava al passato, chiudendo una esperienza dolorosa, era però positivamente carico di un programma per il futuro. I Patti Lateranensi hanno attraversato indenni periodi turbolenti e difficili: per l’Italia, per la società internazionale, in qualche modo anche per la Chiesa.

Ma ciò è potuto accadere per l’impegno serio, responsabile, aperto alla concordia ed alla collaborazione che la Conciliazione recava in sé.

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