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11 febbraio

Con gli occhi della storia si può ormai cogliere chiaramente il senso profondo del lungo processo che, dalla stipula dei Patti Lateranensi, ottantuno anni fa, giunge fino ai giorni nostri. Un processo tutto italiano, perché tutta italiana era la Questione romana che quei Patti venivano a risolvere; ma al tempo stesso un processo che diveniva, più in generale, paradigmatico per i rapporti fra la Chiesa cattolica e gli Stati nella modernità.

In effetti l'Italia è stata laboratorio di sperimentazione di nuove modalità di realizzazione storica dell'antica idea cristiana della distinzione tra Chiesa e Stato, in una prospettiva non conflittuale bensì di collaborazione. Dinnanzi alle nuove configurazioni degli Stati che, a livello planetario, veniva portando il Novecento, si imponeva una diversa impostazione dei rapporti con la Chiesa, superando le teorizzazioni dottrinali di un tempo, così come le esperienze di un passato morto e sepolto. I Patti dell'11 febbraio 1929, in un contesto europeo segnato da derive totalitarie, significarono il ricorso allo strumento internazionale per affermare e garantire, nella misura possibile, la libertà religiosa nelle sue tre diverse dimensioni: individuale, collettiva, istituzionale. Tornate le democrazie, la concezione degli accordi tra la Santa Sede e gli Stati come pacta libertatis et cooperationis apparve singolarmente confacente anche alle nuove realtà politiche e ordinamentali.

Dunque quei Patti fecero scuola, esportando fuori dell'Italia un modello giuridico destinato ad avere un diffuso successo.

Per tornare alla realtà italiana, il Trattato del Laterano venne effettivamente a dare formale riconoscimento e solide basi all'esigenza di garantire, alla Sede Apostolica, la piena libertà di svolgimento del suo servizio a favore della Chiesa universale, al di là delle precarie — per quanto significative — tutele apprestate dalla Legge delle guarentigie del 1871. Il complesso di garanzie personali e reali contemplate nel Trattato appaiono ancora oggi manifestamente strumentali per assicurare la libertà istituzionale all'organo di governo della Chiesa universale. In particolare lo è quello Stato della Città del Vaticano, istituito con il Trattato, che restaurando una seppur minima e quasi simbolica sovranità temporale del Pontefice, ha sottratto il suo ufficio non solo al fatto, ma anche al sospetto di una soggezione o dipendenza da qualsivoglia potenza terrena.

Dal momento della sua nascita fino a oggi questo singolare Stato ha svolto un servizio prezioso e insostituibile per la Santa Sede, per la sua indipendenza, per la sua libertà, assicurandole al contempo un crescente complesso di risorse e di servizi, che risultano sempre più necessari per poter agire nella complessa realtà contemporanea.

Uno Stato singolare, s'è detto, per essere dominato da un fine che lo trascende; ma un vero e proprio Stato, con i suoi elementi costitutivi dati da un popolo, un territorio, una sovranità; con un suo ordinamento giuridico; con le sue istituzioni di governo e di amministrazione della giustizia. Ma d'altra parte uno Stato che, come ogni altra comunità politica, ha tra le sue finalità quella di provvedere al bene comune di quanti, in maniera stabile o meno, si trovano sul suo territorio. Uno Stato la cui costituzione materiale ha, tra l'altro, basi giusnaturalistiche, per cui è strutturalmente aperto alle spettanze inalienabili che debbono essere riconosciute a ogni persona umana, in ragione della sua propria dignità, in ogni tempo e in ogni luogo. È questa la ragione per la quale, alla pur peculiare forma di governo della Città del Vaticano, risponde un ordinamento giuridico improntato al riconoscimento e alla tutela della libertà della persona umana e dei suoi diritti fondamentali.

Per parte sua anche il Concordato, facente parte degli accordi del 1929, è stato strumento di libertà religiosa per la Chiesa che è in Italia. Basta scorrere le diverse disposizioni dell'accordo per cogliere appieno come esse, rispetto ai caratteri dell'ordinamento italiano del tempo, fossero finalizzate alla libertà religiosa dei singoli fedeli, delle loro aggregazioni, della istituzione ecclesiastica. Che significò, ad esempio, la disposizione sull'Azione Cattolica contenuta nell'articolo 43 del Concordato, se non la garanzia della libertà religiosa in un ambito particolarmente sensibile, qual è quello della educazione, rispetto all'ordinamento italiano di allora, ispirato al principio dell'educazione di Stato?

Come noto, con l'Accordo di Villa Madama del 18 febbraio 1984 sono state apportate modificazioni al testo del Concordato lateranense, per armonizzarlo ai principi della Costituzione italiana del 1948 e agli insegnamenti del Concilio Vaticano II, e per renderlo più aderente alle necessità della società di oggi.

Giova notare al riguardo che la novità del contesto in cui l'Accordo ha visto la luce, non ne ha mutato la funzione essenziale. Perché se è vero che in un ordinamento democratico, come quello italiano odierno, la libertà religiosa nelle sue diverse dimensioni trova la più alta e solida garanzia nel testo costituzionale, è anche vero che tale proclamata libertà, nella prospettiva della promozione del bene individuale e comune, abbisogna di strumenti di attuazione, diretti a renderne possibile la concreta fruizione. Uno Stato autenticamente laico, qual è quello delineato dalla Costituzione italiana, non può limitarsi a garantire l'immunità da coercizioni esterne in materia di coscienza ma, nel rispetto dell'eguaglianza senza discriminazioni, deve favorire la positiva esplicitazione delle scelte religiose da parte di individui e comunità.

In siffatta prospettiva una normativa negoziata, come quella concordataria, riesce ad assicurare al tempo stesso la laicità dello Stato, che significa incompetenza di questi in materia religiosa, ed esigenze di concreta fruizione della libertà in materia religiosa nelle sue multiformi manifestazioni, che comporta invece disciplina del fatto religioso.

L'Accordo di Villa Madama si è significativamente mosso su questa linea, con risultati apprezzabili e apprezzati, ancorché non ancora del tutto raggiunti. Per questo è auspicabile che, portando finalmente a compimento il disegno contenuto nella normativa pattizia, si dia piena attuazione all'articolo 11 riguardante l'assistenza spirituale nelle strutture di convivenza obbligatoria: un caso tipico in cui il diritto di libertà religiosa, se non è aiutato da disposizioni dirette a renderlo concretamente esercitabile, rischia di rimanere una mera affermazione di principio.

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